Università di Palermo, intervista al rettore Midiri sul nuovo reclutamento: “Sorteggio dei membri della commissione meccanismo più trasparente”

E sulla legge in discussione in Senato afferma: “Molto discutibile il mantenimento di un sistema di borse post-doc e assegni di ricerca con le durate massime previste dalla legge, che rischia di allungare eccessivamente i percorsi pre-ruolo”

L’Università di Palermo era balzata alle cronache nelle scorse settimane, insieme ad altri atenei come ad esempio l’Università di Genova o la Statale di Milano, per l’ennesima concorsopoli sul reclutamento nel Policlinico. L’ateneo ha così deciso di cambiare passo, non aspettando la legge 2285 sul reclutamento approvata alla Camera e attualmente in discussion in Senato, attraverso un regolamento che sorteggi i membri delle commissioni che giudicano un candidato in una rosa di nominativi scelti dal Dipartimento dove quel posto viene bandito (prima venivano nominati direttamente dai dipartimenti). Abbiamo intervistato il rettore, prof. Massimo Midiri, eletto nel 2021, in merito a questo cambiamento.

Rettore dopo l’inchiesta “Università Allegra” e gli ennesimi scandali in molti atenei italiani, l’università di Palermo decide di cambiare passo ed inserire il sorteggio obbligatorio delle commissioni che dovranno decidere i futuri ricercatori e docenti, qual è il segnale che volete dare?

Contiamo con questo nuovo regolamento di dare un segnale molto preciso all’interno e all’esterno dell’Università lo dobbiamo ai giovani che devono avere fiducia nella nostra istituzione e vedere nell’Università un luogo di opportunità e di merito. Tutte le nostre iniziative andranno in questa direzione, quella di fare dell’Ateneo una scatola trasparente, aperta alle migliori energie, partecipata dalla comunità. Il sistema concorsuale italiano richiede una profonda revisione, sulla quale anche all’interno della CRUI è già in atto una riflessione, per allineare il nostro Paese alle migliori prassi internazionali che consentono agli Atenei, con piena assunzione di responsabilità, di individuare i candidati alle procedure concorsuali più adatti alle specifiche esigenze. Fin quando tali nuove regole non verranno introdotte con idonee modifiche legislative, abbiamo ritenuto inopportuno lasciare ai Dipartimenti la scelta diretta dei componenti delle Commissioni, considerando più trasparente un meccanismo di sorteggio all’interno di una rosa di nomi, comunque proposti dai Dipartimenti stessi.

La Crui (Conferenza dei Rettori), di cui lei fa parte, si è espressa contro il sorteggio inserito nella legge 2285 sul reclutamento universitario approvata alla Camera e ora in discussione in Senato. Il rischio è che vengano approvati emendamenti della maggioranza che inseriranno nelle commissioni dei membri interni scelti direttamente. Lei sta andando contro i suoi colleghi rettori?

La legge in discussione in Senato prevede al momento un sorteggio esteso a tutti i componenti del macrosettore concorsuale in possesso di determinati requisiti di qualificazione. Tale criterio non è stato condiviso dalla CRUI, né dal sottoscritto, in quanto il macrosettore costituisce un ambito eccessivamente ampio, che non consentirebbe di identificare commissari sufficientemente esperti sugli ambiti di specifico interesse dell’Ateneo. Per fare un esempio tratto dal mondo medico, il macrosettore CLINICA MEDICA SPECIALISTICA comprende discipline che vanno dalle MALATTIE DELL’APPARATO CARDIOVASCOLARE, all’ONCOLOGIA, alla PSICHIATRIA, alla NEUROLOGIA, così diverse tra loro da non consentire ai commissari di avere la conoscenza specialistica necessaria per valutare colleghi la cui attività scientifica è fortemente concentrata su ambiti molto specifici.

Qual è la sua opinione sul percorso della legge 2285 sul reclutamento? Sindacati e associazioni di categoria stanno muovendo battaglia sul testo perché dicono che peggiorerà il precariato, soprattutto con l’introduzione delle borse post doc e un percorso lungo e poco chiaro che rischia di far arrivare un ruolo anche a 40 anni. La presidente Carrozza del Cnr è entrata in ruolo a 32 anni e ha più volte affermato che quella dovrebbe essere una possibile età massima di fine percorso. Dello stesso parere è il nobel Parisi.

È anche questo un tema molto rilevante. È del tutto condivisibile, nella legge in discussione, l’introduzione di un percorso di tenure track che superi la tipologia di contratto di ricercatore a tempo determinato di tipo A, caratterizzata da eccessiva precarietà. Il nuovo sistema consentirebbe ai giovani ricercatori di avere davanti a loro percorsi di ricerca sufficientemente lunghi e garantiti, con sostanziale certezza di immissione nel ruolo della docenza universitaria al raggiungimento degli standard scientifici richiesti. In questo quadro, appare molto discutibile il mantenimento di un sistema di borse post-doc e assegni di ricerca con le durate massime previste dalla legge, che rischia di allungare eccessivamente i percorsi pre-ruolo. Su questo sono assolutamente d’accordo con le posizioni espresse da alcuni sindacati e associazioni di categoria.

Molti atenei del Sud nei prossimi decenni saranno a rischio estinzione, negli ultimi anni hanno perso iscritti, inoltre le nuove riforme del Pnrr per la ricerca premieranno solo alcuni poli a discapito di altri. C’è qualcosa di sbagliato in queste affermazioni e se no cosa si deve fare per cambiare questa tendenza?

Credo che questa analisi sia eccessivamente pessimistica. Molti Atenei del Sud, e l’Università di Palermo tra questi, negli ultimi anni hanno visto crescere il numero degli iscritti, anche in termini percentuali su base nazionale, e sono in condizione di intercettare una quota consistente dei finanziamenti del PNRR. Tuttavia, le politiche di finanziamento pubblico della ricerca non sono adeguate alle caratteristiche del nostro sistema economico e produttivo, caratterizzato da profonde differenze nel livello di sviluppo. Tali differenze, infatti, non solo non vengono contrastate con la distribuzione dei fondi, ma anzi vengono amplificate, come ha recentemente dimostrato l’inaccettabile modalità di finanziamento dei Dipartimenti di Eccellenza, che concentra centinaia di milioni di euro su alcune regioni del Centro-Nord, penalizzando l’intero meridione e, in misura ancora più significativa, le isole. L’unica strada da percorrere per coniugare qualità, responsabilità e coesione nazionale è quella di assegnare i finanziamenti sulla base delle tendenze di miglioramento piuttosto che su fotografie degli stati di fatto, che cristallizzano condizioni profondamente diseguali. È il momento di comprendere che il Paese crescerà solo se il Sud raggiungerà livelli di sviluppo e solidità economica equivalenti a quelli del resto del territorio nazionale. E le Università sono un tassello essenziale di questo processo.

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