Ricerca scientifica, la pandemia penalizza ancora le donne

Ricerca scientifica, la pandemia penalizza ancora le donne

Ricerca scientifica, la pandemia penalizza ancora le donne

Si racconta che, quando chiesero a Marie Curie cosa provasse a essere sposata con un genio, lei rispose “non lo so, chiedetelo a mio marito”. A oggi, Curie è una delle poche scienziate ad aver ricevuto il premio Nobel, e l’unica ad averne ricevuti due: piuttosto che una regola, la ricercatrice è un’eccezione, in un mondo in cui la scienza è vista, ancora oggi, faccenda per uomini. Adesso, sembra che la pandemia di COVID-19 abbia peggiorato le cose.

Il McKinsey Global Institute, infatti, ha pubblicato un report secondo cui, a causa di Covid-19, più donne hanno perso il loro lavoro rispetto agli uomini. Questi dati indicano come il 2020 abbia allargato il divario di genere, e come la ricerca scientifica non sia rimasta immune: uno studio pubblicato su eLife Sciences conferma che negli articoli scientifici pubblicati su Covid-19 ci sono meno donne come primi autori di quanto ci si aspettasse, mentre un articolo pubblicato recentemente su Nature Astronomy denuncia che, nel periodo tra gennaio e giugno del 2020, rispetto agli anni precedenti, le pubblicazioni curate da scienziate siano diminuite dell’8% sul totale. Ne abbiamo parlato con Sveva Avveduto, emerita del Cnr che svolge attività nell’area della politica scientifica, con particolare riguardo agli studi sulle risorse umane per la ricerca, le questioni di genere e gli aspetti sociali della tecnologia, e presidente dell’associazione Donne e Scienza.

Dottoressa Avveduto, in che modo la pandemia di COVID-19 ha acuito il divario di genere?

“Questo aumento del divario di genere si può ricondurre al fatto che tuttora le donne, sia nell’immaginario comune che nella realtà, sono quelle gravate da un carico di responsabilità domestiche e familiari superiore a quello degli uomini. Tutti i vari rilevatori come l’Eurostat o l’Eurobarometro concordano: i ruoli di genere sono ancora piuttosto polarizzati, con l’uomo che porta i soldi a casa e la donna che si occupa delle faccende domestiche. In una situazione come quella della pandemia, questa tendenza si è acuita: con i figli a casa e senza alcun sostegno da parte, per esempio, delle scuole che erano chiuse o dei nonni che non potevano essere raggiunti, tutte le responsabilità sono ricadute sulle donne, peggiorando la situazione. Il mondo della scienza non è risultato immune da questo fenomeno: ci sono diversi studi che mostrano che, per esempio, per quanto riguarda le pubblicazioni a singolo nome, nel periodo della pandemia quelle a opera di scienziate sono diminuite drasticamente, cosa che non si è verificata tra i colleghi maschi. A livello scientifico questo ha naturalmente segnato un arretramento, perché la mancanza di pluralismo vuol dire impoverire la ricerca. Le donne hanno avuto problemi anche nell’avanzamento della carriera accademica: stando chiuse in casa hanno perso occasioni e contatti importanti. Il nostro istituto, l’Istituto di ricerche sulla popolazione ele politiche sociali del CNR, in questi mesi ha realizzato un lavoro sulle differenze di genere tra i dipendenti degli istituti di ricerca durante il lockdown, e sono emerse queste criticità in maniera inequivocabile”.

Da dove nasce il divario di genere nelle discipline scientifiche?

“Il divario di genere nelle materie scientifiche, in particolare nelle discipline STEM (dove l’acronimo sta per Science, Technology, Engineering and Maths) le cosiddette ‘scienze dure’, come matematica, ingegneria e fisica, è una realtà, e gli stereotipi sulle capacità delle bambine iniziano a condizionarne le scelte fin da quando sono molto piccole. Le differenze di genere sono un problema di natura culturale e sociale, le cui basi non risiedono in una presunta differenza rilevabile tra maschi e femmine, ad esempio sull’attitudine verso determinati argomenti. Tuttavia, il messaggio che arriva alle bambine è proprio questo: a partire dai primi anni dell’educazione scolastica, infatti, le giovanissime tendono a non scegliere per il proprio futuro studi di carattere scientifico: probabilmente sono condizionate dai pregiudizi su questo tipo di materie, considerate poco affini alle ragazze. Eppure i risultati scolastici sembrano suggerirci l’esatto contrario: in Italia, infatti, il numero di laureate supera quello dei laureati”.

Vedendo questi dati, sembrerebbe quasi che il problema non esista...

“Effettivamente, guardando i grandi numeri, il problema sembrerebbe non esserci: le donne tendenzialmente studiano di più e hanno risultati migliori degli uomini, con punteggio di laurea più alto e maggiore regolarità negli studi. Tuttavia, se restringiamo il campo alle materie STEM, il numero di laureate diminuisce drasticamente. Il problema, quindi, esiste: siamo lontani da una parità di genere nelle materie scientifiche in due modi diversi. Il primo è un fenomeno definito segregazione orizzontale, e rappresenta la distribuzione ineguale degli studenti in base alla facoltà: le donne di solito si iscrivono in facoltà di stampo umanistico o legate alla cura, mentre gli uomini in quelle scientifiche e matematiche. In più, man mano che, in accademia, si avanza di livello, vediamo che la presenza femminile è sempre meno rappresentata: si parla di segregazione verticale, e si traduce con un numero progressivamente minore di donne che riesce a raggiungere i vertici di una carriera scientifica (vedi box a seguire Donne e ricerca scientifica in Italia, nda). Per esempio, secondo i dati Eurostat, nel 2010 il numero di uomini e donne era rispettivamente dell’80%, contro il 20% sul totale di docenti ordinari in facoltà STEM”.

Per quale motivo si perpetua questo doppio divario?

“I motivi sono svariati, e risiedono in fattori oggettivi e soggettivi. I primi riguardano proprio i pregiudizi di genere che permeano ancora oggi la nostra società: come detto prima, si tratta di un problema sociale e culturale. È stato dimostrato, infatti, che il grado di equità di genere nella società influenza l’interesse e la partecipazione delle ragazze in età scolare alle materie STEM: per esempio è stato dimostrato che, nei paesi con un divario di genere meno accentuato, le ragazze hanno un atteggiamento più positivo e maggior sicurezza nelle materie matematiche. Oltre ai fattori esterni giocano un ruolo fondamentale quelli soggettivi, in primo luogo gli effetti psicologici che i pregiudizi di genere hanno sulle ragazze: questi influiscono negativamente sul loro coinvolgimento e interesse nelle materie scientifiche. Numerosi studi hanno dimostrato che gli stereotipi di genere minano la sicurezza delle ragazze in loro stesse, facendole desistere da intraprendere studi STEM, secondo il meccanismo della profezia che si auto-avvera. In questo ambito sono molto importanti i role model, esempi di scienziate impegnate nella ricerca,in grado di avere un grande effetto sul coinvolgimento delle ragazze nelle materie STEM. Anche in questo caso negli ultimi anni si sta avendo un cambiamento di rotta: un esempio lampante è quello dell’assegnazione dei premi Nobel. È vero che, dal 1901 a oggi, sono stati assegnati 58 premi Nobel a donne, di cui solo 25 nell’ambito delle scienze: ma quest’anno, per esempio, il Nobel per la chimica è stato assegnato alle due scienziate Jennifer Doudna ed Emanuelle Charpentier, mentre tra i vincitori per il premio Nobel per la fisica c’è l’astrofisica Andrea Ghez. Sono dei segnali positivi”.

Adesso più che mai appare chiara la necessità eliminare le segregazioni di genere, nella scienza e non. Che tipo di strategie possono essere attuate?

“Ci sono tanti livelli in cui si può agire per appianare il divario di genere nelle discipline scientifiche. Ce n’è senz’altro uno individuale, e si riallaccia al discorso sulla sicurezza in sé stesse, sugli stereotipi di genere e sui role model: qui ricoprono un ruolo fondamentale gli insegnanti, la famiglia e più in generale la cultura e la società in cui siamo immersi. Ognuno di noi può fare, nel suo piccolo, qualcosa per non dare adito agli stereotipi su donne e scienza. Parlando di un livello più ampio, le istituzioni possono agire su diversi fronti: un esempio sono i bilanci di genere, ovvero quelle analisi che consentono la rilettura dei bilanci degli enti pubblici in una prospettiva di equità di genere. La rilevazione e lo studio dei dati centralizzati sulle differenze di genere nelle pubbliche amministrazioni, nelle università e negli enti di ricerca, infatti, rappresentano uno strumento concreto per introdurre elementi adatti a ridurre il divario. In più le istituzioni possono attuare dei piani di genere, in cui vengono portati avanti progetti che hanno l’obiettivo di migliorare concretamente l’accesso e l’avanzamento di carriera delle donne impiegate in enti pubblici, come per esempio le ricercatrici. I piani di genere, se all’inizio possono sembrare forzati, a lungo andare garantiscono un riequilibrio, negli enti dove sono applicati. Un altro modo in cui si può agire è attraverso un uso corretto del linguaggio di genere: se il linguaggio infatti è il nostro modo di plasmare la realtà, usarne uno più inclusivo (che contempli anche professioni di tradizione maschile declinate al femminile, come il famigerato “ingegnera”), potrebbe essere un buon punto di partenza. E ancora, da un punto di vista più politico, si potrebbe pensare di istituire delle commissioni o dei sistemi di controllo e monitoraggio che verifichino la presenza equa di rappresentanza femminile. Ci sono davvero tanti modi per sconfiggere il divario di genere, ed è importante ricordare che abbattere i pregiudizi vuol dire lottare contro ogni forma di discriminazione”.

Pensando a queste strategie, vengono subito in mente le cosiddette “quote rosa”. Spesso una critica che viene mossa è che, in questo modo, si mini la meritocrazia. Cosa ne pensa?

“Devo dire che inizialmente, anche io storcevo il naso quando si parlava di quote rosa: mi sembravano iniziative un po’ artificiose e che avrebbero facilmente messo in cattiva luce le donne, che venivano viste come una specie in via di estinzione. Con il passare del tempo, però, mi sono dovuta ricredere: mi spiego meglio, penso ancora che quella delle quote rosa sia una forzatura, ma si tratta di una forzatura necessaria e temporanea per ristabilire l’equilibrio di genere sui posti di lavoro. Certo, in base ai numeri che abbiamo, questo si potrebbe raggiungere anche naturalmente, ma ci vorrebbe troppo tempo: secondo il Gender Gap Report, che il World Economic Forum produce annualmente, infatti, il divario di genere economico potrà essere eliminato in maniera naturale tra 257 anni. Un po’ troppo tempo. Ecco perché servono degli interventi “dall’alto”, con la consapevolezza che, una volta raggiunto l’equilibrio di genere, questo sarà in grado di auto-mantenersi senza interventi esterni. Un esempio lampante è la Svezia: si tratta di uno dei primi paesi in tutto il mondo, negli anni Settanta, ad aver introdotto azioni, nelle sue politiche, che miravano all’equilibrio di genere. Con successo: è da tempo, ormai, che l’equilibrio è stato raggiunto, e non sono più necessari interventi istituzionali. Le quote rosa sono uno strumento particolare da usare in un momento particolare, ma ci sono situazioni che vanno forzate, per rompere una catena”.

Possiamo dire che l’abbattimento del divario di genere abbia subito una battuta d’arresto. Prima del 2020, invece, i numeri dove stavano andando?

“A questo riguardo si può essere ottimisti: i numeri stanno andando meglio, non c’è dubbio. Se si dà un’occhiata alle statistiche, la tendenza è chiara: valutando i numeri, specie su assi temporali piuttosto lunghi, si nota come, in generale e nei settori scientifici, c’è una presenza maggiore di donne, anche a livelli apicali. Numerosi rapporti come quello europeo “She Figures” lo dimostrano. La situazione si sta muovendo, il problema vero è che si sta muovendo molto lentamente. Però il trend fa ben sperare: nei consigli di amministrazione, in Italia e all’estero, ci sono più donne, nelle discipline ICT, storicamente le più maschili, c’è stata un’evoluzione favorevole della presenza femminile. Siamo ottimisti: rimangono tuttavia necessari quegli strumenti di cui parlavamo prima, senza mai abbassare la guardia. Sul futuro poi, in un mondo che va progressivamente sempre più verso l’informatizzazione e il digitale, io confido molto nelle giovani, tutte nate col telefonino in mano e con la tastiera del pc vicino. Il mondo digitale è pervasivo, bambini e bambine sono ugualmente esposti, mi sembra una bella occasione perché non ci siano discriminazioni di genere all’origine. Poi sta a ciascuno studiare, capire e informarsi, ma da questo punto di vista non penso ci saranno grandi problemi: che anche lì le donne debbano trovare una porta chiusa, mi auguro vivamente di no”.


Donne e ricerca scientifica in Italia

Al primo livello di istruzione superiore, considerando tutte le facoltà, le ragazze che studiano superano i ragazzi: secondo un rapporto del 2020 di Almalaurea, infatti, le laureate in Italia sono il 58,7% del totale. Quando però si guarda la distribuzione degli studenti tra le diverse facoltà, quello che emerge è che le laureate in ingegneria o in facoltà scientifiche sono rispettivamente il 26,4% e il 26,7% del totale. C’è da dire che sono numeri in crescita: per fare un esempio, sempre secondo Almalaurea, il numero di ragazze che si iscrivono alla facoltà di ingegneria in Italia, nel periodo di tempo dal 2004 al 2018, si è quintuplicato. Eppure, secondo un documento del Miur del 2017 sulle carriere accademiche delle donne in Italia, sebbene siano ancora poche le studentesse che scelgono le “scienze dure”, l’Italia vanta una percentuale di donne che hanno conseguito il dottorato di ricerca in area Stem superiore alla media europea. Nel 2016 la media europea delle dottoresse di ricerca era del 48%, mentre il numero di quelle in aree Stem era il 39% del totale; i dati italiani in entrambi i casi superavano quelli europei: nel 2016 le dottoresse di ricerca erano il 52%, quelle in ambito Stem il 44% del totale.

Nonostante ciò, ulteriori problemi si evidenziano man mano che prosegue la carriera accademica, in quella che viene chiamata segregazione verticale: più si avanza lungo la scala gerarchica delle università, meno è presente la percentuale femminile. Nel 2017, infatti, la percentuale di donne si attesta al 50,3% tra i titolari di assegni di ricerca, al 46,6% tra i ricercatori universitari, al 37,5% tra i professori associati e al 23,0% tra i professori ordinari. Si è visto che la segregazione verticale vale sia per le discipline Stem che per le altre, cambia solo il punto di partenza: mentre per le prime, man mano che si progredisce lungo la gerarchia, il divario di genere aumenta, per le seconde la situazione addirittura si ribalta, portando a un cosiddetto “grafico a forbice”. Dallo stesso rapporto Miur si nota che i numeri nel corso del tempo sono migliorati, ma c’è ancora un marcato divario di genere: nelle discipline Stem, infatti, la percentuale delle donne al massimo livello della carriera accademica, nel 2005, era del 13%, contro il 19% del 2017.

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  1. Evidentemente è ora che le donne si mettono in testa che gli uomini sono migliori di loro! e che il merito si costruisce in base all’intelligenza e non in base al sesso come vogliono far credere loro e qualche uomo al loro servizio.

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