Il caro prezzo di uno sfogo sui social: il limite della libertà di parola a scuola

É proprio vero che ciò che viene inviato nell’etere può restare in eterno e raggiungere chi non dovrebbe. É così che il famoso social Snapchat, molto diffuso tra i giovani, ha creato l’effetto boomerang per una 18enne americana. Il suo sfogo social espresso con improperi verbali e una sua foto con il dito medio alzato era stato pubblicato su Snapchat: doveva scomparire dopo 24 ore, invece non si è mai cancellato.

La ragazza, Brandi Levy, aveva all’epoca 14 anni e si è scagliata contro la scuola che frequentava perché per il secondo anno consecutivo l’aveva relegata nella junior varsity, una sorta di seconda squadra di softball. L’adolescente aveva voluto condividere la sua frustrazione con i suoi 250 followers, senza riflettere sulle conseguenze. Gli allenatori però, a cui arrivò uno screenshot del suo sfogo, decisero che immagini e parole danneggiavano la reputazione della squadra e della scuola. Così una delusione sportiva si trasformò in un’espulsione dalla squadra. A questa decisione si ribellarono i genitori di Brandi, che si rivolsero al tribunale appellandosi al Primo Emendamento della Costituzione che sancisce la libertà di parola.

Ieri il caso di Brandi Levy cheerleader della Pennsylvania è approdato davanti ai nove giudici della Corte Suprema, che devono pronunciarsi sui limiti della libertà di espressione degli studenti americani. Un caso locale diventato una controversia nazionale che potrebbe avere un effetto sulle libertà di espressione di 50 milioni di studenti americani.

Finora lo student speech è stato regolato da pronunciamenti della Corte Suprema che risalgono al 1969, ma i social hanno creato uno spazio nuovo, l’online, che non si trova a scuola anche se spesso la riguarda. Nel 1969 i social non esistevano e forse è giunto il momento di riaprire la discussione sui limiti della libertà di espressione a scuola.

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