Traduzione e commento: Tacito, Gli ultimi giorni di Tiberio

Alla seconda prova di questa mattina, protagonista al liceo Classico è la versione di Latino. Ecco il commento e la traduzione di Tacito, autore degli annales, con la versione “Gli ultimi giorni di Tiberio”.
Tre sono le caratteristiche fondamentali dello stile di Tacito che possiamo riscontrare nella sua prosa  sempre viva e mai sciatta o banale. La prima è l’utilizzo della variatio – detta anche inconcinnitas -, ovvero l’impiego di uno stile nettamente opposto alla simmetria del periodare tanto amata da Cicerone. Tacito impiega infatti una commistione di singolari e plurali, sostantivi astratti e concreti, nomi comuni e nomi propri, tutto all’interno del medesimo periodo e con la massima disinvoltura, alla ricerca del maggior effetto di espressività.
La seconda caratteristica propria dello stile tacitiano è l’impiego della brevitas, che lo storico ottiene attraverso l’ellissi di sostantivi o predicati, molto spesso coniugata all’asindeto ed all’uso della comparatio compendiaria.
Infine la terza caratteristica saliente è l’uso del color poëticus, ovvero l’impiego di vocaboli e costrutti di stampo tipicamente poetico e di figure retoriche.
 
Ecco il testo della versione per la seconda prova
Iam Tiberium corpus, iam vires, nondum dissimulatio deserebat: idem animi rigor; sermone ac vultu intentus quaesita interdum comitate quamvis manifestam defectionem tegebat. mutatisque saepius locis tandem apud promunturium Miseni consedit in villa cui L. Lucullus quondam dominus. illic eum adpropinquare supremis tali modo compertum. erat medicus arte insignis, nomine Charicles, non quidem regere valetudines principis solitus, consilii tamen copiam praebere. is velut propria ad negotia digrediens et per speciem officii manum complexus pulsum venarum attigit. neque fefellit: nam Tiberius, incertum an offensus tantoque magis iram premens, instaurari epulas iubet discumbitque ultra solitum, quasi honori abeuntis amici tribueret. Charicles tamen labi spiritum nec ultra biduum duraturum Macroni firmavit. inde cuncta conloquiis inter praesentis, nuntiis apud legatos et exercitus festinabantur. septimum decimum kal. Aprilis interclusa anima creditus est mortalitatem explevisse; et multo gratantum concursu ad capienda imperii primordia G. Caesar egrediebatur, cum repente adfertur redire Tiberio vocem ac visus vocarique qui recreandae defectioni cibum adferrent. pavor hinc in omnis, et ceteri passim dispergi, se quisque maestum aut nescium fingere; Caesar in silentium fixus a summa spe novissima expectabat. Macro intrepidus opprimi senem iniectu multae vestis iubet discedique ab limine. sic Tiberius finivit octavo et septuagesimo aetatis anno.
 
Vi proponiamo di seguito un testo simile degli Annales in cui Tiberio accetta l’Impero.
Tiberio accetta l’Impero
Furono dunque rivolte delle preghiere a Tiberio. Ed egli, passando da un discorso all’altro, discuteva di quanto l’impero fosse vasto e della sua modestia. Solo la mente del divo Augusto poteva sopportare un peso così grande: egli aveva imparato, nello sperimentare una parte delle preoccupazioni dopo essere stato nominato da lui, quanto fosse gravoso e quanto soggetto al caso tutto il peso del governare. Quindi, in una città ricca di così tanti uomini illustri, non conferissero tutti i poteri ad una persona: un gruppo di più persone, facendo fronte comune, avrebbe ricoperto con più facilità le cariche statali. In un discorso del genere prevaleva la dignità più che la convinzione; e Tiberio usava – per sua natura o che vi fosse abituato – anche quando si trattava di discorsi che non voleva tenere nascosti, parole sempre oscure ed indecise: allora più si sforzava di nascondere nel profondo dell’animo i suoi pensieri, e più le sue parole si contorcevano nell’incertezza e nell’ambiguità. Ma i senatori, la cui unica preoccupazione era far finta di aver capito, proruppero in gemiti, lacrime e preghiere. Tendevano le mani agli dei, all’effigie di Augusto, alle sue ginocchia, quand’ecco che egli ordinò che si portasse e si leggesse il libello. Vi era contenuto il registro dei possedimenti e delle ricchezze dello Stato, quanti cittadini e quanti alleati fossero arruolati nell’esercito, quante flotte, regni, province, tributi od imposte, ciò di cui si aveva bisogno e le quantità di denaro che erano state versate. E tutti questi dati Augusto li aveva scritti di suo pugno ed aveva aggiunto il suo parere di contenere l’impero entro confini ben stabiliti, chissà se per paura o per invidia. Fra le altre cose, mentre il senato si piegava infine a suppliche, Tiberio affermò per caso che, come non era in grado di avere il controllo di tutto lo Stato, avrebbe assunto il governo di qualunque parte di esso gli fosse stata affidata.
 
Testo originale
XI. Versae inde ad Tiberium preces. Et ille uarie disserebat de magnitudine imperii sua modestia. Solam diui Augusti mentem tantae molis capacem: se in partem curarum ab illo uocatum experiendo didicisse quam arduum, quam subiectum fortunae regendi cuncta onus. Proinde in ciuitate tot inlustribus uiris subnixa non ad unum omnia deferrent: plures facilius munia rei publicae sociatis laboribus exsecuturos. Plus in oratione tali dignitatis quam fidei erat; Tiberioque etiam in rebus quas non occuleret, seu natura siue adsuetudine, suspensa semper et obscura uerba: tunc uero nitenti ut sensus suos penitus abderet, in incertum et ambiguum magis implicabantur. At patres, quibus unus metus si intellegere uiderentur, in questus lacrimas uota effundi; ad deos, ad effigiem Augusti, ad genua ipsius manus tendere, cum proferri libellum recitarique iussit opes publicae continebantur, quantum ciuium sociorumque in armis, quot classes, regna, prouinciae, tributa aut uectigalia, et necessitates ac largitiones. Quae cuncta sua manu perscripserat Augustus addideratque consilium coercendi intra terminos imperii, incertum metu an per inuidiam. XII. Inter quae senatu ad infimas obtestationes procumbente, dixit forte Tiberius se ut non toti rei publicae parem, ita quaecumque pars sibi mandaretur eius tutelam suscepturum.
 

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