I ricercatori italiani alzano la voce: "Senza di noi università al collasso"

“La ricerca è un lavoro. L’origami un Hobby”. I ricercatori italiani alzano la voce. Il Dlgs 22 del 4 marzo 2015, infatti, uno dei decreti attuativi del Jobs Act ha introdotto una nuova forma di indennità di disoccupazione chiamata DIS-COLL, indirizzata a tutti i collaboratori coordinati e continuativi, anche a progetto, iscritti alla gestione separata presso l’Inps, che abbiano perduto involontariamente la propria occupazione.
Con la DIS-COLL tutti i lavoratori precari riceveranno un sostegno al loro reddito. Tutti, eccetto i ricercatori. Assegnisti di ricerca, dottorandi e borsisti si sono infatti visti esclusi dal DIS-COLL.
La ragione? “Perché, secondo il ministro del Lavoro Poletti, assegnisti di ricerca, dottorandi e ricercatori precari non sono lavoratori“, scrive su Scienza Live Marcello Ienca, dottorando e assistente di ricerca presso l’Istituto di Bioetica Medica, nella Facoltà di Medicina dell’Università di Basilea (Svizzera).  “A detta del ministro, infatti, i ricercatori non possono essere considerati in tutto e per tutto lavoratori dal momento che i loro contratti sono assimilabili a borse di studio e non danno diritto all’ingresso in ruolo”, continua Ienca.
“Le dichiarazioni di Poletti sono l’ennesima circostanza in cui la classe politica italiana denigra e mortifica la ricerca, negandogli riconoscimento e supporto. Esse non sono semplicemente offensive per i migliaia di ricercatori e ricercatrici che lavorano ogni giorno per il miglioramento delle nostre condizioni di vita, ma denotano un’ignoranza di base circa il funzionamento del mondo della ricerca ed il ruolo dei ricercatori al suo interno. Assegnisti, dottorandi e borsisti compongono oltre un terzo del personale accademico e senza di loro le Università italiane imploderebbero, strozzate dai continui tagli alle risorse finanziarie, dal più basso investimento in ricerca e sviluppo (in proporzione al PIL) tra tutti i Paesi dell’Europa Occidentale, e strangolati dal blocco del turn-over”.
Ancora, fa notare l’Associazione Dottorandi e Dottori di Ricerca Italiani “se tutti gli assegnisti, i dottorandi e i borsisti d’Italia smettessero di lavorare domani il nostro sistema universitario collasserebbe immediatamente, e si chiuderebbe di conseguenza ogni prospettiva di innovazione e sviluppo in questo Paese”.
I ricercatori, insomma, alzano la voce. L’ADI, (Associazione Dottorandi e Dottori di Ricerca Italiani) ha lanciato una petizione, consegnandola in maniera formale al Ministro del Lavoro. Dal suo canto l’AIRI ha lanciato una campagna di sensibilizzazione, invitando i ricercatori a usare l’# di riferimento “il mio lavoro non è un hobby”, “#dihobbynehoaltri e #lavoceAIRIcercatori”.
Da lì sono partiti foto, commenti e racconti dei ricercatori, che descrivono le proprie giornate di lavoro in laboratorio, in classe e all’università. Sono Milena, Alessandra, Simona, Irene, Carlo e Monica. Ecco le loro storie.
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In un post su Facebook il sottosegretario all’Istruzione Davide Faraone ha fatto chiarezza: “Per la vicenda Dis-coll gli assegnisti di ricerca hanno ragione. Per loro ci assumiamo l’impegno di prevedere adeguati ammortizzatori sociali di cui possano beneficiare al termine del loro rapporto con l’ateneo”. Ma la vicenda è ancora tutt’altro che chiusa.

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