Meno “intelligente”? Il cuore ne risente

cuore.gifCuore e cervello legati a doppio filo. Sembra, infatti, che un basso quoziente intellettivo sia spia di un maggior rischio di incappare in una malattia cardiaca. Indipendentemente da altri fattori come fumo, dieta errata o pigrizia cronica. Insomma, seguire una dieta sana e fare attività fisica in modo regolare potrebbe non bastare.
Il dato è emerso da uno studio pubblicato sull’European Heart Journal dal team di David Batty della Social and Public Health Sciences Unit dell’University of Glasgow britannica. Secondo il medico, che ha esaminato oltre 4.000 persone, il QI da solo spiegherebbe oltre il 20% delle differenze nella mortalità tra soggetti con elevato o ridotto livello socioeconomico. Non solo, l’effetto QI è valido anche se si considerano fattori di rischio noti per le malattie cardiache.
«Sapevamo che le persone svantaggiate economicamente hanno una salute peggiore e tendono a morire prima per problemi come cardiopatie, tumori e incidenti – dice Batty – Ma fattori di rischio ambientali o comportamenti come il fumo, una dieta ricca di grassi e dolci e poco movimento possono spiegare solo in parte queste differenze».
Secondo lo studioso la ricerca evidenzia la possibilità che esistano fattori psicologici ancora sconosciuti da considerare. E che fra questi possa esserci l’intelligenza, la funzione cognitiva meglio nota come il QI. Il suo team, lavorando insieme ai colleghi dell’University of Edinburgh, ha esaminato 4.289 ex soldati americani in tutte le fasi della vita. Come ci si aspettava, quelli con un reddito e una cultura più bassi sono risultati a rischio maggiore di morire per malattie cardiovascolari.

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