Ledici.net: i dieci pasti tipici degli universitari fuori sede

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Il sito «Ledieci.net» racconta il mondo in classifiche. L’homepage propone l’aggiornamento delle ultime dieci aggiunte, le dieci più lette ed altre dieci proposte casuali. Un quasi sistema decimale, che in questo caso non utilizza lo 0 e fa uso del 10 per raccontare tutto attraverso graduatorie.

Quali sono, ad esempio, i dieci “pasti malsani di un universitario fuori sede”?

10. Le Uova, perché «due misere uova, nello stomaco, contribuiscono unicamente ad aprire voragini di fame»;

9. I wurstel, ingeriti anche «quando sono ancora ricoperti di disgustosa sostanza gelatinosa»;

8. Il toast, abbondante di condimento ad inizio mese ma secco e vuoto pancarrè a fine mese;

7. Lo scatolame, boicottato nell’inesperienza ma di fondamentale ripiego nella ristrettezza;

6. La pizza surgelata, prodotta con «farina etiope, il pomodoro cinese e la mozzarella polacca»;

5. Il kebab, «il tre stelle Michelin degli universitari»;

4. Tonno/Pasta al tonno, «eletta “ab aeterno” la pasta prediletta dagli universitari»;

3. Le derrate alimentari di mammà, tipiche soprattutto degli studenti del sud;

2. Latte e biscotti, pasto rilegato non più alla sola colazione;

1. La pancia vuota, inesorabile, a fine mese, specchio del contenuto del frigo.

E i dieci “esami che segnano la vita di ogni universitario”?

10. «Quello che da frequentanti ti saresti risparmiato 500 pagine…e tu non sei frequentante»;

9. «Quello che ti va di culo»;

8. «Quello che ridai settemila volte»;

7. «Quello in cui litighi col Prof»;

6. «Quello dato in lingua in erasmus»;

5. «Quello che ti fa ancora credere in ciò che studi»;

4. «Quello in cui si copia di brutto»;

3. «Quello che hai preparato in sei mesi e prendi 18 VS quello preparato in una settimana e prendi la lode»;

2. «Quello che ti fa pensare “Ma che cazzo c’entra con quello che studio io?”»;

1. «Quello che è lunedì e tu non hai ancora aperto mezzo libro».

E così via tutto in questa forma perché, come gli autori precisano citando Pasolini «siamo stanchi di diventare giovani seri, o contenti per forza, o criminali, o nevrotici: vogliamo ridere, essere innocenti, aspettare qualcosa dalla vita, chiedere, ignorare».

 

Giovanni Torchia

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