Intelligenza nelle mani, convegno alla Cattolica

Richiamare l’attenzione sulla formazione professionale e sulla pedagogia che la ispira. Con questo scopo si è tenuto  a Brescia, nella sede dell’Università Cattolica, il convegno “L’intelligenza nelle mani. Fondamenti pedagogici della formazione professionale”, organizzato dal Centro nazionale opere salesiane-Formazione e aggiornamento professionale (Cnos-Fap).

 

Una “positiva contaminazione” tra il mondo accademico e quello, ritenuto a torto “di nicchia”, della formazione professionale, ha spiegato al Sir il presidente Cnos-Fap, Mario Tonini, per sollecitare “una riflessione pedagogica sull’educazione al lavoro”. Aprendo i lavori, il direttore della sede bresciana della Cattolica, Luigi Morgano, ha sottolineato la “peculiarità” della formazione professionale, che non può essere inglobata nel sistema statale senza perdere quelle connotazioni specifiche che “permettono oggi a tanti giovani di avere una scuola secondo le loro aspettative”.

 

Il rischio della riduzione dell’offerta. Una preoccupazione fatta propria da Tonini, il quale da una parte ha riconosciuto come ci sia “una recente normativa in Italia che ha ampliato l’offerta formativa, dando spazio a più soggetti nell’intervento a favore dei giovani che devono completare il percorso della scuola dell’obbligo”, tra cui, appunto, gli enti di formazione professionale. D’altra parte, però, i continui tagli rischiano “di portare nuovamente a una semplificazione del quadro dell’offerta formativa”: già in diverse regioni, infatti, “la formazione professionalizzante è limitata agli istituti professionali statali, laddove il percorso è quinquennale e prevalentemente teorico”. Ma, ha precisato Tonini, “gli istituti statali solo in via sussidiaria si attrezzano per la formazione professionale, e mancano di quella qualità che oggi hanno i centri di formazione professionale accreditati, sia per la carenza di laboratori, sia perché non possiedono una ‘storia’ di radicamento sul territorio e di rapporti con le aziende”.

 

Oltre 40 mila giovani ogni anno. Dario Nicoli, docente di sociologia economica e del lavoro all’ateneo bresciano, ha ricordato i “numeri” della formazione professionale d’ispirazione cristiana in Italia, “ovvero la grande maggioranza delle istituzioni formative accreditate presso Regioni e Province autonome”: attualmente sono attivi 2.224 corsi, con 40.525 allievi, che assolvono al diritto-dovere al pari di scuole e apprendistato con percorsi triennali (qualifica) e quadriennali (diploma), oltre all’anno propedeutico per il diploma di Stato. Però, allargando lo sguardo ai Paesi dell’area Ocse, lì “i giovani iscritti ai percorsi professionalizzanti sono mediamente più di un terzo del totale”, mentre “in Italia siamo solo al 23%” – ripartito tra istituti professionali (17%), formazione professionale accreditata (5%), apprendistato (1%) – con una differenza di oltre il 10%, composto da “giovani – secondo Nicoli – costretti a scelte non coerenti con le loro caratteristiche e necessità”.

 

La “cultura del lavoro” per la ripresa economica. Ma i lavoratori qualificati, ha precisato Nicoli, “costituiscono la metà delle nuove richieste di lavoro” e, “già oggi, oltre 100 mila richieste rimangono inevase perché mancano persone con queste caratteristiche”. In vista del superamento della crisi, dunque, non bisogna certamente tagliare, ma al contrario potenziare percorsi formativi “centrati sulla cultura del lavoro, con rilevanza dei laboratori professionali, dove la cultura si ‘impara facendo’”, altrimenti “in piena ripresa economica, non potremo disporre di buona parte delle figure che saranno richieste”. Gli ha fatto eco Pierluigi Malavasi, docente di pedagogia dell’organizzazione e sviluppo delle risorse umane alla Cattolica, asserendo che “la ripresa richiede opportunità di lavoro per superare il dramma della disoccupazione, ma nel contempo sollecita ideali forti che consentano di mobilitare le risorse morali e spirituali della popolazione”.

 

Il rapporto con le famiglie. Sulla relazione con le famiglie – agenzia formativa, benché oggi in crisi, complementare alla scuola e alla formazione professionale – si è invece concentrato Luigi Pati, docente di pedagogia generale, sociale e della famiglia, sempre nella sede di Brescia dell’Università. “Gran parte dei ragazzi di oggi – ha rilevato – presentano forti fragilità che affondano le radici nell’isolamento causato dai mass media, in disagi relazionali dovuti a una conflittualità familiare o a fenomeni migratori, nel disimpegno educativo che la famiglia manifesta”. Ma non si può lasciare indietro la famiglia, anzi, va coinvolta nel “formare cittadini responsabili rispetto al lavoro”, capaci di riscoprirne “il valore antropologico”, che realizza la persona e la rende felice, “contro la tendenza oggi dilagante di una visione strumentale”, legata al mero tornaconto economico. E questo, secondo Domenico Simeone, docente di pedagogia del lavoro e della formazione al medesimo ateneo, avendo presente che “compito di ogni intervento educativo dev’essere favorire nel giovane la consapevolezza delle proprie potenzialità”.

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