Il pregiudizio digitale, così alle aziende mancano sei programmatori su dieci

Famiglie e ragazzi preferiscono ancora i licei agli Its e le imprese faticano a fare il salto, necessario soprattutto in tempi di pandemia
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Aziende senza programmatori. Pregiudizio digitale: famiglie e ragazzi preferiscono ancora i licei agli Its e le imprese faticano soprattutto in tempi di pandemia.

Manca manodopera specializzata. Al tempo della crisi economica portata dalla pandemia, posti di lavoro che scompariranno presto, il paradosso è non trovare personale specializzato nel più moderno e attuale campo d’impiego. Non ci sono professionisti digitali nel numero che servirebbe alle aziende, paradosso che nasce da un atavico problema culturale.

Le famiglie italiane continuano a considerare i licei come la via necessaria per i loro figli volenterosi, strada maestra per le storiche facoltà che una volta assicuravano lavoro, che oggi invece sarebbe scontato per tutti gli sviluppatori di software, quelli in grado di creare e curare siti web, specialisti in big data e cybersecurity che le aziende delle regioni italiane più ricche cercando disperatamente e spesso senza successo. E’ il grido di allarme che arriva dal Veneto, rilanciato da Repubblica, secondo cui questo problema di carattere nazionale e mondiale riverbera ancora di più nelle regioni del Nord Est, che pur essendo locomotiva della ripresa scontano anche i problemi di maggior attrattività di altre aree del paese, come Milano o Bologna.

L’allarme sulla difficoltà delle imprese lo ha lanciato sulle colonne del quotidiano nazionale Francesco Nalini, consigliere delegato all’Education di Assindustria Venetocentro. Nel trimestre gennaio-marzo secondo i dati di Unioncamere c’erano 5310 posti disponibili, +150 per cento della richiesta rispetto all’anno prima, considerando anche come la pandemia abbia influito nell’accelerazione verso il digitale. Il 60% di questa richiesta non viene soddisfatto.

Un problema storico certo, ma che ora rischia di bloccare le aziende costrette dalla crisi e dalle limitazioni ad aprirsi per esempio alla vendita on line, senza avere gli strumenti principali, per esempio un sito all’altezza, per stare sul mercato. E la situazione è destinata a peggiorare. «Tra un paio d’anni avremo un calo di iscritti, altro che l’aumento che molte università vantano. Ci sarà la guerra tra atenei per accaparrarsi i giovani, e quei pochissimi si sceglieranno il datore di lavoro» dice Paolo Gubitta, direttore dell’Osservatorio delle professioni digitali.

Così si invoca un cambio di marcia da parte del mondo della scuola, già a partire dalle medie, per vincere il pregiudizio delle famiglie e degli stessi ragazzi, che pur nati in era digitale vivono questo campo come fosse qualcosa da “nerd”. A Padova, fa notare Nalini, c’è stato un boom di iscrizioni ai licei Scientifici e un crollo agli Its, pesa anche <<il divario di genere>> con poche ragazze che scelgono il percorso digitale. Tutto nero? In realtà dove ci sono problemi c’è sempre una reazione. E allora nascono start up come Strive School che trasformano in programmatore chiedendo in cambio una parte del futuro stipendio. Un investimento sicuro, perché trovare lavoro è assicurato.

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