Huawei si è “infiltrata” a Cambridge?

Tre dei quattro direttori del Cambridge Centre for Chinese Management hanno collegamenti diretti con Huawei
A photograph shows the logo of Chinese company Huawei at their main UK offices in Reading, west of London, on January 28, 2020. – Prime Minister Boris Johnson is expected to announce a strategic decision on January 28, on the participation of the controversial Chinese company Huawei in the UK’s 5G network, at the risk of angering his US allies a few days before Brexit. (Photo by DANIEL LEAL-OLIVAS / AFP)

La Cina è vicina? Forse in uno dei più prestigiosi centri della conoscenza occidentale è proprio così. Secondo il Times di Londra tre dei quattro direttori del Cambridge Centre for Chinese Management (Cccm), un centro dedicato allo “studio delle pratiche e delle strategie di gestione delle imprese cinesi”, hanno collegamenti diretti con Huawei.

Il Cccm è stato lanciato nel 2018 e la sua sezione cinese è proprio a Shenzhen, la capitale del tech del dragone dove ha sede anche il quartier generale di Huawei. Non solo. Il “rappresentante capo” in Cina del centro di ricerca è Yanping Hu, ex vicepresidente di Huawei.

Ma Cambridge non semberebbe l’unico ateneo britannico ad accettare finanziamenti dalla compagnia tech cinese. Secondo il conservatore Duncan Smith (già finito nella lista nera di Pechino come persona non grata) gli atenei britannici sono“diventati fin troppo dipendenti dal denaro cinese” e spinge per un’inchiesta governativa.

Quello dei finanziamenti università è percepito ormai da più parti come una crepa nel sistema alla quale porre rimedio; sopratutto quando si tratta di protezione degli interessi nazionali tanto cari all’Inghilterra. Sarebbero una ventina le università d’oltre Manica che hanno accettato finanziamenti per un ammontare di 40 milioni di sterline.

Proprio per questioni di sicurezza nazionale il governo britannico ha impedito al gigante delle telecomunicazioni cinesi di occuparsi delle infrastrutture della rete 5 G. L’università di Cambridge si è finora rifiutata di commentare quanto pubblicato dal Times. Il cosidetto “soft power” cinese non è poi così soft se può così facilmente nel cuore dell’Occidente.

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