Giro di vite sui baby influencer: certificazione per accedere ai social e stop alla gestione dei profitti da parte dei genitori

Il Tavolo tecnico sulla tutela dei diritti dei minori nel contesto dei social network sta preparando un documento da presentare alla ministra Cartabia per cercare di dotare di nuove regole la “giungla” che riguarda i minori in rete. L’esempio da seguire è quello della Francia che ha approvato da poco tempo una legge ad hoc.

In arrivo un giro di vite sul fenomeno dei cosiddetti “baby influencer”. Nei prossimi giorni il “Tavolo tecnico sulla tutela dei diritti dei minori nel contesto dei social network, dei servizi e dei prodotti digitali in rete” (di cui fanno parte il Ministero della giustizia, l’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza, il Garante per la protezione dei dati personali e l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni) presenterà alla ministra Mara Cartabia una serie di proposte per cercare di mettere ordine in quello che sembra un mondo senza regole, quello che interessa i giovanissimi e i social network.

“Dai numeri che abbiamo raccolto – hanno spiegato al Resto del Carlino i componenti del Tavolo – emerge che in questi due anni di pandemia digitale sono aumentate le ore di connessione, si è abbassata tantissimo l’età di accesso dei bambini alla rete, sono aumentati i reati online. L’allarme lanciato da più fronti è che le famiglie sono completamente assenti. Al ministero abbiamo ricevuto anche i referenti delle principali piattaforme Facebook e Instagram, Google per YouTube, e TikTok. Il lavoro va fatto con loro, hanno mostrato spirito collaborativo”.

Sono tre le proposte sulle quali si sta lavorando. La prima è quella relativa all’individuazione di un’età certa per aprire (e gestire) un profilo social. Per legge in Italia i minori di 14 anni non possono utilizzare i social, possono farlo a 13 solo in presenza di controllo cosiddetto “parentale”. La realtà però è ben diversa che bambini che accedono ai social senza nessun tipo di supervisione da parte dei genitori. “Noi proponiamo una certificazione fornita da terzi. Dal momento che per problemi di privacy non è possibile che la verifica del documento venga fatta dal gestore della piattaforma social, vogliamo che questa venga affidata a un ente terzo probabilmente pubblico” si propone nel testo messo a punto dal Tavolo.

Riguardo poi al fenomeno dei “baby influencer” il modello da seguire è la Francia che ha recentemente approvato una legge sul tema e che prevede che sia l’autorità giudiziaria a verificare i profitti realizzati dai minori con la loro attività di promozione online. In questo modo si cerca di disincentivare quei genitori che pensano di poter gestire liberamente spendere i soldi guadagnati attraverso l’attività in rete dei propri figli. Ultimo tassello è il diritto all’oblio. Un minore potrà già dai 12 anni (cioè da quando in Italia viene riconosciuta al minore la capacità di discernimento) autonomamente chiedere che i contenuti che lo riguardano vengano rimossi dal web.

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