Una bella stretta di mano

Uno studio che sarà pubblicato a Dicembre sul Journal of Cognitive Neuroscience dimostra in modo scientifico che la stretta di mano (gesto che ciascuno di noi compie almeno 15.000 volte nell’arco della vita) è realmente cruciale per la prima impressione tra due persone.

Quanti di noi riescono a tenere in mente il nome di chi ci si presenta davanti con una stretta di mano, specialmente quando ci si ritrova in mezzo ad una moltitudine di sconosciuti, sia una festa, un appuntamento, presentazione o riunione?

Quel che resta, per lo più, è l’intensità della presa: c’è quella floscia («del pesce morto») e quella a schiaccianoci («tritaossa») ma anche quella decisa.

Pare che la prima indichi sfuggevolezza e debolezza, la seconda intenzione di dominio e la decisa, purché non troppo forte, un carattere equilibrato.
Uno studio che sarà pubblicato a Dicembre sul Journal of Cognitive Neuroscience dimostra in modo scientifico che la stretta di mano (gesto che ciascuno di noi compie almeno 15.000 volte nell’arco della vita) è realmente cruciale per la prima impressione tra due persone che non si conoscono.

La “storia” delle strette di mano come gesto di saluto narra di greci e romani che stringevano reciprocamente l’avambraccio destro per dimostrare di non nascondere armi nella manica, dei divieti fascisti all’usuale gesto sostituito dal rigido saluto romano, dei rifiuti di chi temeva un contagio di sifilide ma anche di celebri strette quali quella tra Reagan e Gorbaciov nel 1985 o tra Rabin e Arafat nel 1993 con la benedizione di Clinton.

Geoffrey Beattie, responsabile del corso di Scienze Psicologiche all’Università di Manchester, teorizzò con un’equazione matematica la perfetta stretta di mano, in cui tante sono le variabili in gioco: secchezza e temperatura della mano, posizione, durata, completezza, consistenza, forza e controllo del gesto ma anche contatto visivo, approccio verbale e sorriso.

Giovanni Torchia

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