Studenti a caccia di smart drugs

Fanno diminuire l’appetito e aumentano ansia ed irritabilità. Ma tra gli studenti sono gettonatissime, specialmente alla vigilia di un esame. Il loro segreto è quello di potenziare momentaneamente l’area cognitiva e migliorare i processi celebrali come attenzione, concentrazione, memoria, apprendimento, linguaggio, motivazione. Sono le pillole furbe, droghe sintetiche che puntano a barare, vanificando dopo qualche giorno la loro azione e mettendo a repentaglio la memoria.

Occhiaie. Cono di luce da scrivania acceso sul libro aperto. Lapis, penne, evidenziatori e fogli tutti intorno, a far da coro greco. Accanto, lui: l’oro nero: il caffè. Freddo o caldo, non importa, “basta che sia forte”. Probabilmente, questa metafora visiva dello studente che prepara la sua prossima prova è come la Chanson de Geste: passata. Adesso le cronache ci raccontano di pillole, droghe sintetiche, medicinali del nonno con l’Alzheimer ingurgitati come aspirine alla ricerca del cervello perfetto. Abitiamo un mondo contaminato dal neurodoping, dalla ricerca della prestazione intellettiva, dalla droga. O no?
USA, l’epicentro – Come per la Coca Cola, il McDonald’s e lo stress l’epicentro della diffusione è sempre lo stesso: gli United States of America. Dove, secondo un’indagine condotta da un team dell’università di Sidney diretto dal dottor Vince Cakic e pubblicato sul “Journal of Medical Ethics” nel maggio del 2008, “il 25% degli studenti dei college sostiene gli esami sotto l’effetto di sostanze dopanti”. Dati confermati, tra l’altro, anche da un’indagine condotta sul finire del 2009 da “Nature”, che interpellando un campione di 1400 persone – soprattutto studenti e ricercatori – ha conteggiato in un abbondante 20% la fetta di intervistati che fa uso di dopanti per la mente. Conclusione del dottor Cakic: “Bisognerà presto ipotizzare uno scenario in cui agli studenti verrà chiesto un campione dell’urina”.
UK, “fermate i bari” – Diversa sponda dell’Atlantico, stessa questione. Siamo a Cambridge. Dove la professoressa di neurologia Barbara Sahakian ha lanciato lo scorso febbraio un allarme/grido di dolore: “E’ arrivato il momento di affrontare la questione – ha detto – alcuni studenti credono che usare questi medicinali equivalga ad imbrogliare agli esami”. La questione è spinosa. La professoressa Sahakian, infatti, la butta sull’etica. Ad essere a rischio, secondo lei, è “il modello di società”. “Finiremo tutti per prendere medicinali che potenzino l’area cognitiva?” ha arringato infatti Barbara durante una conferenza organizzata presso la Royal Institution, “Finiremo a lavorare 24 ore al giorno, solo perché saremo in grado di farlo?”.
Italia terra di santi, navigatori e poeti. Dopati? – Ed eccoci qua, finalmente. A casa nostra. In Italia. Dove nel gennaio del 2009 anche il CNR si spaventava di fronte alle smart drugs, e lo faceva per bocca di Anna Lisa Muntoni, dottoressa dell’Istituto di Neuroscienze di Cagliari, che rilasciò un’intervista per “l’Almanacco della Scienza”, quindicinale del Centro Nazionale per le Ricerche. Intervista nella quale spiegava che “l’uso delle smart drugs migliora i processi celebrali come attenzione, concentrazione, memoria, apprendimento, linguaggio, motivazione, capacità organizzativa e decisionale” mentre “riducono le sensazioni di sonno, fame e fatica”. Ok, quindi: prendi la pillolina e studi che è una meraviglia. Non hai fame, né sonno. E impieghi la metà del tempo. Ma poi? “Per la maggior parte di tali droghe – e sono ancora parole della dottoressa del CNR – non si conoscono gli effetti a lungo termine nei soggetti sani”. In cavie. Ecco in cosa ci trasformano: pallide cavie da laboratorio. Tra qualche anno, facendoci curare, faremo studiare alla dottoressa Muntoni quali siano gli “effetti a lungo termine”. Per adesso, sappiamo che “disturbano i meccanismi del sonno, vanificando dopo qualche giorno la loro azione e mettendo a repentaglio la memoria”. Non basta: “Altri effetti collaterali sono rappresentati da diminuzione dell’appetito, perdita di peso, ansia e irritabilità”.
Quando lo sport insegna a uccidersi – In effetti, la propensione della generazione dei ventenni ad assumere aiutini non deve sconvolgere più di tanto: gli studenti di oggi quando ieri erano baby sportivi erano già abituati all’uso di “integratori”. Una ricerca condotta su un campione di ben 12mila studenti delle scuole medie inferiori della provincia di Milano, datata 2001, raccontava infatti l’abitudine diffusa tra i baby-intervistati che già facevano sport di assumere boracce di liquido senza porsi troppi perché. Creatina e aminoacidi a catena ramificata (entrambe sostanze dopanti e illegali) erano all’ordine del giorno. Motivazioni? “Crescita dell’autostima e ricerca del successo”. A undici, dodici o tredici anni. Se poi all’università c’è chi bara drogandosi, ci stupiamo ancora?
E lo Stato che fa? “Stop alle droghe furbe” – A proclamare la guerra è ai giorni nostri Carlo Giovanardi, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, che lo scorso aprile ha così commentato l’attività del procuratore di Torino, l’onnipresente Guariniello, impegnato a procedere proprio per i reati di commercio di medicinali senza autorizzazione: “Il Dipartimento antidroga ha già richiesto l’inserimento di queste sostanze nella tabella degli stupefacenti – ha detto Giovanardi – e spinge per un provvedimento del ministero della Sanità per bloccarne la diffusione”.
Ma siamo davvero tutti drogati? – “Io credo che tu stia prendendo un abbaglio”. Così mi risponde intanto Francesco, neo-psicologo ventisettenne di Pistoia, mentre gli racconto cosa ho scoperto documentandomi per questo articolo: “Qui da noi non siamo mica in un college degli Stati Uniti…”. Insomma: in Italia siamo diversi. “Bada bene, non è che ti stia dicendo che tra gli studenti non ci sia droga”. Cioè? “Il solito, dai: anfetamine, cannabis, fumo, a volte ho visto pure roba che dicevano esser coca”. Il che, però, non c’entra con le droghe furbe… “Non abbiamo lo stress che possono avere nei paesi anglosassoni” gli fa eco la sua ragazza, Lisa, anche lei laureata da poco, e adesso maestra in una scuola materna. “Non ci sono droghe per il cervello da noi” conferma pure Andrea, due volte a “rischio doping” in quanto studente di Scienze Politiche in pari ed anche atleta, numero 5 nel roster della “Pallacanestro Monsummano”, squadra di basket di C1: “Io, almeno, non ne ho mai viste, né ne ho sentito mai il bisogno”. Struzzi, o prove viventi dell’italico amore per il viver bene? Ai posteri, e alle pallide cavie, l’ardua sentenza…
Simone Ballocci

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