Salario minimo, cos’è e perché ce lo chiede l’UE

A riporta in auge il tema è una proposta rilanciata da Partito democratico e Movimento 5 Stelle. Tranne timide eccezioni, l’idea non sembra però raccogliere l’entusiasmo né delle parti sociali, né degli altri partiti di maggioranza. Eppure allargando lo sguardo, solo sei Paesi europei, Italia compresa, non possiedono una normativa del genere.

Sul salario minimo la politica torna a dividersi e i sindacati (ed anche Confindustria) chiedono di più, una discussione più ampia che vada oltre il salario minimo e “affronti i contratti pirata e rafforzi i contratti collettivi che sono la garanzia dei diritti per i lavoratori come ferie, infortuni, maternità”, ha affermato il segretario della Cgil Maurizio Landini. La proposta di PD e M5S prevederebbe una soglia retributiva oraria al di sotto della quale i lavoratori non possono essere pagati. La Lega si è detta contraria. Ma a spingere è anche l’UE che a fine 2020, attraverso la Commissione, ha presentato una proposta perché vengano introdotti “salari minimi adeguati” in tutti i Paesi dell’Unione.

Le differenze retributive in Europa sono spesso significative, tanto da alimentare fenomeni come il “dumping salariale”. Questa espressione identifica una pratica legata alla delocalizzazione: il datore di lavoro sposta l’attività in Paesi dove i salari sono inferiori, e di conseguenza sostiene costi più bassi, aumentando gli utili dell’impresa che così risulta più competitiva sul mercato.

Salario minimo in Europa

Dai dati Eurostat emerge che nel 2020 il costo orario di un lavoratore – che oltre alla retribuzione comprende i contributi sociali a carico del datore di lavoro, i costi della formazione professionale e altre voci –  è in media di 28,5 euro nell’Europa a 27 e di 32,5 euro nell’area della moneta unica, con forti differenze a seconda dei Paesi. Un’ora di lavoro costa in media 4,5 euro in Bulgaria e dieci volte tanto – 43,5 euro – in Danimarca: numeri che rendono bene l’idea degli squilibri presenti all’interno dell’Ue. Motivo per cui, all’indomani delle elezioni in Germania, la Confederazione europea dei sindacati (Etuc) ha plaudito all’affermazione – sia pur di misura – della Spd. “La vittoria alle elezioni tedesche per un partito che promette un salario minimo di 12 euro è un importante impulso alla campagna per porre fine a salari da povertà in tutta Europa, migliorando la direttiva dell’Ue sui salari minimi”.

La Germania fa parte dei due terzi degli Stati membri in cui il salario minimo è fissato al di sotto della soglia Ue di rischio di povertà (60% del salario mediano nazionale): la Spd vorrebbe portarlo proprio al 60%, il che significherebbe un aumento del 25% della retribuzione per 10 milioni di lavoratori. L’Italia rientra invece in quella minoranza di Stati – 6 su 27 – in cui non esiste ancora una legge sul salario minimo, e il partito in prima linea su questo tema è il Movimento 5 Stelle. “Il salario minimo è importantissimo, serve per poter riequilibrare le retribuzioni all’interno dell’Europa, cercando di fare ancora di più mercato unico”, ha ribadito lunedì mattina il ministro per i Rapporti con il Parlamento, Federico D’Incà.

A favore dell’iniziativa anche il presidente dell’Inps, Pasquale Tridico, che sabato ha ricordato che il salario minimo “non è correlato a una maggiore disoccupazione: spesso l’impatto è neutro o addirittura positivo”. In termini di produttività, ha aggiunto Tridico, “dove è stato introdotto il salario minimo ci si è spostati su produzioni più elevate: un livello minimo adeguato spinge a investimenti ’capital intensive’, che sfruttino il capitale di innovazione piuttosto che il lavoro a basso costo”.

Sindacati e confindutria fanno muro insieme

Il tema però non sembra convincere né i sindacati né Confindustria, che invece spingono perché gli aumenti salariali restino all’interno della contrattazione collettiva. “C’è una parte dei lavoratori che in questo momento ha degli stipendi che non sono concepibili per un Paese moderno”, ha spiegato il presidente Carlo Bonomi. “Ci sono lavoratori confinati in quei settori dove non c’è una contrattazione nazionale, perché dove ci sono i contratti collettivi nazionali il salario minimo è già all’interno del contratto ed è superiore a quello di cui si sta discutendo. Il contratto dei metalmeccanici al terzo livello è di 11 euro e noi stiamo discutendo di un salario minimo di 9 euro”.

Il tema è delicato. I sindacati sono d’accordo con Confindustria: “molti dei nostri politici che parlano di salario minimo non hanno nemmeno letto la direttiva europea, che ha un obiettivo chiaro: estendere la contrattazione. Per noi il salario minimo è quello dei minimi contrattuali”, così il segretario generale della Uil Pierpaolo Bombardieri. E non solo. Secondo Luigi Sbarra della Cisl: “Un salario minimo porterebbe tantissime aziende a uscire dai contratti collettivi e peggiorerebbe la vita di milioni di lavoratori ”. Per Maurizio Landini della Cgil: “Ora la priorità è il superamento dei contratti pirata e nel dare validità generale ai Contratti Nazionali di Lavoro”. Una posizione di compromesso è quella espressa dal ministro del Lavoro Andrea Orlando, secondo cui “il salario minimo serve perché la contrattazione da sola non basta più, ma la contrattazione va integrata con lo strumento della rappresentanza. Bisogna trovare il modo per correlarle”.

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