Processo Regeni, blocco per “avvisare gli accusati delle imputazioni”

La palla ripassa al gup. Gli imputati irreperibili non hanno comunicato il domicilio e non possono essere così avvisati delle imputazioni. Nuova rogatoria avviata per le ricerce, la famiglia alla stampa: “Scrivete i loro nomi ovunque perché non possano sostenere di non sapere”

Un processo iniziato già zoppo quello della morte di Giulio Regeni perché i quattro accusati sono irreperibili, quindi impossibilitati a ricervere gli avvisi di garanzia dato che non hanno mai comunicato il proprio domicilio. Passa così la tesi della difese egiziana secondo cui non sarebbero stati avvisati delle loro imputazioni gli agenti dell’intelligence del Cairo: Tariq Sabir, Athar Kamel, Usham Helmi e Magdi Ibrahim Sharif.

Processo bloccato, la parola al gup

I giudici della terza Corte d’assise hanno disposto di rimandare gli atti al giudice per le udienze preliminari. “Questo non è un processo contro quattro imputati ma è un processo contro l’Egitto”, è l’accusa dell’avvocato Tranquillino Sarno, difensore di uno degli imputati. Una vittoria dei dinfesori degli egiziani insomma, e vede dall’altra parte la prima sconfitta della Procura, che aveva ritenuto di poter superare quello scoglio. A giudizio della Corte d’Assise: “Il decreto che disponeva il giudizio era stato notificato agli imputati comunque non presenti all’udienza preliminare mediante consegna di copia dell’atto ai difensori di ufficio nominati, sul presupposto che si fossero sottratti volontariamente alla conoscenza di atti del procedimento”. Un presupposto con molti indizi ma nessun certezza e che non ha convinto i giudici.

Amareggiata la famiglia Regeni, al completo nell’aula bunker di Rebibbia a Roma. Padre, madre e sorella hanno riferito che “è stata premiata la prepotenza egiziana“. “Certo, è una battuta d’arresto ma non ci arrendiamo. Chiedo a tutti voi di rendere noti i nomi dei quattro imputati e di ribadirlo così che non possano sostenere di non sapere”, ha detto la madre alla stampa. Il decreto che disponeva il rinvio a giudizio per i quattro imputati è stato azzerato e ora spetterà al giudice avviare una rogatoria per effettuare l’elezione di domicilio di Tariq Sabir e degli altri.

Le difficoltà delle indagini

Al mattino la coda di giornalisti per entrare nell’aula bunker aveva rallentato i tempi di avvio del processo. Quindi la discussione del pm Sergio Colaiocco aveva dato il via al dibattimento. Le difficoltà dell’inchiesta con 39 rogatorie su 64 rimaste senza risposta da parte delle autorità egiziane, citate durante la discussione del magistrato, aveva reso l’idea degli insormontabili ostacoli incontrati sulla via dell’accertamento della verità. “Giulio è stato torturato, ma non muore per le torture, muore per la torsione del collo perché qualcuno aveva deciso dovesse morire”, ha affermato in aula l’avvocato della famiglia, Alessandra Ballerini. “Quando sono andata in Egitto a prendere un fascicolo – denuncia – sono stata fermata ed espulsa senza sapere il perché”.

Una vicenda che ha raggiunto livelli grotteschi, come il film mandato in onda sui media egiziani e comparso sui social network. Senza contare il lungo elenco di depistaggi andati in scena pur di accreditare versioni di comodo. Mentre l’inchiesta della Procura di Roma andava avanti tra molti ostacoli, un’altra, parallela, procedeva al Cairo. Il risultato paradossale è che Usham Helmi, uno degli imputati, compari nel team degli investigatori egiziani che si occupavano del caso Regeni.

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