L'Orientale, la voce della protesta

Università e precarietà: un binomio che oggi suona così familiare (purtroppo) a tutti noi. Ne abbiamo parlato con Riccardo Palmisciano, ricercatore dell’Orientale.

Università e precarietà: il binomio che va avanti ormai dai un ventennio e che oggi suona così familiare (purtroppo) a tutti noi, vede coinvolti migliaia di ricercatori in tutta Italia ed una concentrazione maggiore man mano che si scende al sud. Nei vari atenei campani la protesta è sbocciata circa un anno fa, Federico II e SUN gli atenei più attivi al fronte. Ma in questo anno, cosa è accaduto all’Orientale di Napoli? Ne abbiamo parlato con Riccardo Palmisciano, ricercatore dell’ateneo presso il Dipartimento di Studi del Mondo Classico e del Mediterraneo Antico.
Dott. Palmisciano, in un anno di protesta questa è la prima volta che vediamo sollevare una questione dal suo ateneo. Come mai?
Purtroppo devo confermare questo dato. All’Orientale la protesta è partita in ritardo e con un numero esiguo di ricercatori. Ho dovuto costatare con tristezza il disinteresse di molti miei colleghi, quasi mai hanno risposto alle mie e-mail dove tentavo di organizzare dibattiti e assemblee e qualcuno mi ha persino detto “l’università merita quanto sta accadendo”. Non condivido queste opinioni.
Tanto disinteresse ma anche una parte che condivide i motivi della protesta.
Si, siamo circa in trenta ad aver dato indisponibilità a svolgere incarichi didattici. Pensi che nel nostro ateneo ogni ricercatore si fa carico di 3/4 moduli di insegnamento, si può quindi affermare che gran parte della didattica si basa proprio sul nostro lavoro. L’abbiamo fatto per anni pur sapendo che questi incarichi non fanno parte dei nostri compiti, ci ha sempre spinto la passione e sicuramente l’ambizione di poter raggiungere livelli più alti nella gerarchia universitaria.
Come vede l’università italiana ed in particolare le facoltà umanistiche?
E’ risaputo che l’intero sistema universitario sta vivendo un momento di profondo disagio. Personalmente non sono disposto a pagare gli errori commessi da chi ci ha preceduto, la crisi è balzata fuori violentemente adesso ma covava all’interno da anni. Le facoltà umanistiche, poi, sono molto penalizzate perché se in una facoltà i tagli alla ricerca sono del 50% da noi sono il 70%. Si investe sempre meno e non possiamo fare il nostro lavoro.
E così poi si lascia il Paese…
Esattamente! E la cosa sconcertante è che tutti escono ma nessuno entra. Non c’è ricambio, non acquisiamo cervelli dall’esterno e perdiamo i nostrani. In più, i nostri colleghi all’estero, stentano a credere alle condizioni in cui lavoriamo. In un Paese qualunque dell’UE la ricerca non solo è considerata come una grossa ricchezza culturale ma si è compreso che è una vera e propria fonte di guadagno. Qui non investiamo nelle cose che potrebbero assicurare il futuro, il problema è ben più grande di quello affrontato nelle piazze.
Il ddl Gelmini ha subito un arresto. Lo vede come un fattore positivo? E se potesse cosa chiederebbe alla Ministra?
Il ddl si è arenato grazie alla protesta ma credo che la sfiducia nel mio ateneo sia elevata. Alcuni di coloro che hanno dichiarato indisponibilità per questo primo semestre hanno dichiarato di riconsiderare la loro decisione all’inizio del secondo. Una scelta poco concreta dal momento che per quelle date la riforma sarà attiva a tutti gli effetti. Sarei felice se il Ministro Gelmini operasse una sorta di valutazione dell’intero corpo docente negli atenei (ordinari, associati, ricercatori). Da tale valutazione far emergere coloro che si sono distinti per qualità della didattica e risultati concreti nella ricerca. Sarebbero poi queste le persone cui affidare il compito di portare avanti l’università. Ottimizzare gli investimenti e dar voce alla tanto discussa meritocrazia!
Martina Gaudino

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