Giannini: “Valutazione, autonomia e merito, ecco i pilastri su cui voglio rinnovare la scuola italiana”

stefania giannini

Valutazione, autonomia, merito, ma anche il legittimo riconoscimento (economico) delle scuole paritarie e lo svecchiamento del corpo docente: questi alcuni dei punti toccati dal Ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca Stefania Giannini in una lunga intersvista rilasciata al settimanale Tempi di cui riportiamo, di seguito, alcuni dei passaggi salienti.

 

“Gli ultimi quindici anni di storia del sistema educativo italiano è stato fatto sulle procedure – esordisce duramente il Ministro, anche per sottolineare la scolta che intende dare con il suo mandato – Abbiamo avuto quattro diverse forme di reclutamento del corpo docente e l’interruzione del flusso di reclutamento medesimo. Risultato: i dati Ocse di settimana scorsa, l’Italia è il Paese con gli insegnanti più anziani, età media 48,9 anni e 50% oltre i 50”.

Un sistema “vecchio”, bloccato da anni, che ha sfornato 170 mila aspiranti docenti inseriti in lunghissime liste d’attesa (è di pochi giorni fa la notizia dell’attivazione del prossimo ciclo di Tfa, che però metterà a disposzione solo 22 mila posti). Alla domanda sulle prospettive che verso cui tende l’attuale Ministero e in generale il Governo Renzi, Stefania Giannini risponde: “Per intanto cerchiamo di dare un taglio netto all’impostazione che ha inchiodato il nostro modello educativo a una prassi quasi esclusivamente procedurale e proviamo a rispondere non alla domanda di quali nuove leggi ha bisogno la scuola, ma per quale scuola e per quale società vogliamo lavorare. E allora il disegno che stiamo pian piano cercando di comporre non agisce sulle procedure, ma agisce sulla visione”.

Esemplificando?: “Primo pilastro: la valutazione necessaria. Se tu non riesci ad avere una misurazione quantitativa e una valutazione qualitativa del processo educativo, non sei poi in grado di verificare quali sono i punti di forza e quali di debolezza del sistema, statale o non statale che sia – spiega il Ministro – Ci sono Regioni come la Lombardia che hanno un sistema educativo avanzato anche sotto questo profilo e aree del Paese in cui non è mai successo niente di tutto questo. Si è lavorato molto bene sull’introduzione del sistema Invalsi che, a dispetto del nome che scatena allergie, ha una sua nobiltà di intenti perché va a diagnosticare e misurare le competenze molto specifiche di due punti basilari: matematica e comprensione linguistica testuale. Ma Invalsi da solo non è strumento sufficiente, devi collegarlo a una gestione autonoma e responsabile delle scuole”.

Cosa intenda per autonomia, il Ministro lo spiega subito dopo: “L’autonomia gestionale esiste già, c’è una legge sull’autonomia delle scuole. Però se poi non dai al dirigente gli strumenti e i metodi per esercitarla, l’autonomia rimane un nobile principio un po’ come la legge Berlinguer sulle scuole paritarie – afferma la Giannini – Mi aspetto un provvedimento che realizzi autonomia reale. Che non significa arbitrio di gestione: significa che tu hai un budget. Chiaro che per far questo occorrono risorse adeguate”.

Infine: “Verifica delle politiche di gestione. Perché se dai autonomia al dirigente scolastico devi poi essere in grado di premiare o di ritirare risorse”.

Cos’altro ha in programma questo Ministero?: “Vogliamo superare quella camicia di forza tipicamente italiana che sono i cosiddetti organici di diritto. Si tratta sostanzialmente di un organico programmato sulla base degli studenti e che viene assegnato da Roma in maniera rigida alle singole Regioni, poi da lì alle singole circoscrizioni provinciali. Vogliamo trasformare questo organico di diritto in un organico tecnicamente chiamato “funzionale”, cioè modellato sulla realtà”. Ovvero? “Significa avere i docenti secondo il bisogno, ovvero completare gli organici laddove c’è necessità di completarli e alleggerirli là dove questa necessità non c’è. Le assicuro che questa è una rivoluzione attesa da molti anni nel mondo della scuola”.

Altra rivoluzione attesa da anni è la piena applicazione della legge Berlinguer 62 dell’anno 2000 che sostiene che il sistema dell’Istruzione italiana è diviso in due rami (scuole statali e scuole paritarie). Ad oggi, siamo il fanalino di coda del mondo libero: nel 1950 le scuole non statali in Italia erano il 27% del totale, oggi sono scese al 12% in controtendenza con quello che succede nel resto del mondo (in Olanda, ad esempio, le scuole paritarie finanziate dallo Stato sono il 71% del totale). Cosa aspetta l’Italia ad allinearsi all’Europa, stabilendo parità di trattamento economico per tutte le scuole, ad esempio mediante la definizione di un costo standard per studente? Cos’altro occorre per abbattere questo assurdo “muro di Berlino” che resiste solo in Italia?

“Premesso che i tempi sembrano maturi perché questo possa avvenire – spiega il Ministro – le rispondo sì, se e solo se: primo si riesce a fare per la scuola quello che si è fatto col decreto Poletti per il lavoro, cioè ci si libera di alcuni pregiudizi culturali. Perché la confusione da lei citata tra pubblico e privato e, vado avanti absit iniuria verbis, pubblico-privato-cattolico-clericale, perché questa è la filiera semantica, è frutto di una struttura pregiudiziale del dibattito italiano sino ad oggi. Questo è n dato oggettivo. Pensi alla discussione veramente fuorviante che abbiamo avuto lo scorso anno a proposito del referendum sulle scuole paritarie a Bologna. Mi stupì che anche persone di alto livello culturale sostenessero allora proprio ciò che ha sì censurato lei, e cioè che pubblico è sinonimo di statale. Questo no. Questo non è così. Ma non è così oggettivamente. Tu devi distinguere tra servizio e gestione che più attori debbono e possono svolgere, e finalità e obiettivi che nel campo dell’Istruzione si riassumono in un’educazione di qualità ispirata a modelli plurali. Perché questo è ciò che una società avanzata deve fare. Voglio dire, lo facevano i classici greci! Sarebbe singolare ch in età postmoderna si tornasse a qualcosa che è addirittura precedente alla classicità. Dunque, per prima cosa occorre che ci si liberi da questi pregiudizi e credo che ci siano delle buone condizioni perché ciò possa avvenire. La prima condizione è che la parità scolastica non sia più un tema di parte e, per dirla brutalmente, il tema di una certa sinistra che è contro il paritario perché diventa privato, perché diventa cattolico e perché diventa clericale. Ma è e deve essere un tema condiviso alla luce di uno schema europeo e di un principio di libertà e di scelta educativa che è principio inoppugnabile, qualunque sia la politica alla quale si appartenga”. “Sì, il governo può abbatter quel muro solo se ci sono le risorse aggiuntive per questo capitolo”.

Infine una battuta sull’applicazione del costo standard per ogni studente, ancora da stabilire in Italia, che porterebbe un dato empirico stabile su cui stabilire l’entità dei finanziamenti da elargire ai singoli istituti, paritarie incluse:“La terza condizione è l’applicazione del costo standard. Ergo, la dimostrazione che se per assurdo le due condizioni di cui sopra non si realizzassero, non sotto il Governo Renzi ma tra cinque sei anni, il sistema delle paritarie si spegnerebbe. Ma se si spengono le paritarie, saranno 6 miliardi e spiccioli in più che graveranno sul bilancio del già oneroso bilancio dello Stato”.

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