E tu di che formazione sei?

formazione.jpgC’è chi valuta l’esperienza formativa sul lavoro come un obbligo e chi, al contrario, decide addirittura di muoversi da autodidatta, attraverso percorsi autonomi di apprendimento. Questo diverso atteggiamento – come evidenziato da una ricerca realizzata da Adecco e dall’Istituto Iard – è valso una divisione in categorie, utile ad etichettare i dipendenti aziendali a seconda dell’orientamento favorevole o di insofferenza rispetto ai percorsi di aggiornamento previsti dalle aziende.
Sulla base di un campione di intervistati, sono stati individuati i vocazionali, vale a dire i più esaltati all’idea di prendere parte al corso di formazione; i forzati, che adeguandosi alle direttive d’azienda hanno svolto per quell’anno almeno un’esperienza formativa, ma solo perché costretti; gli strumentali, scettici rispetto alle ricadute positive dell’iniziativa di formazione e i retorici, che si trovano pienamente d’accordo sulla sua utilità ma ne avrebbero fatto a meno se non fossero stati obbligati.
A rivelarlo è l’indagine svolta a livello nazionale – divisa per macro-aree e fasce d’età – denominata “Formazione e investimento in capitale umano”. Il campione rappresentativo è formato da 1.500 lavoratori e 200 aziende. Una ricerca dunque, che è stata condotta da una duplice angolatura: quella delle imprese e quella dei dipendenti, da cui emerge che tanto le une quanto gli altri sono ben coscienti dell’importanza del life long learning, e cioè della formazione continua ed ininterrotta sul posto di lavoro.
Ma come si sa, tra il dire e il fare c’è una differenza non da poco, e infatti sono i grafici stessi a rivelarlo: alla domanda “Quali sono i fattori che ostacolano oggi l’attuazione in azienda di moduli di formazione professionale?“, le 200 aziende prese in considerazione, per lo più medie imprese, rispondono per il 38,5% “gli elevati carichi di lavoro del personale” e per il 36% “i costi elevati”.
Si tratta di imprese che, come le definiscono gli esperti che hanno condotto la ricerca, sono “ipercritiche”, di quelle cioè che individuano nel percorso di allestimento dei corsi di formazione forti elementi di vincolo, siano esse il costo, la qualità dell’offerta o la semplice disponibilità del personale a partecipare. Né c’è l’interesse a ricorrere ai fondi europei, decisamente troppo macchinosi dal punto di vista burocratico.
Ma è proprio il modo di “sentire” il lavoro che è cambiato. “Se un tempo si entrava in azienda per rimanerci tutta la vita – spiega Maurizio Tarquini, vicedirettore generale vicario dell’ Unione degli Industriali e delle imprese di Roma – e per questo motivo si era interessati ad investire sul singolo lavoratore, perché come ripeto, con grande probabilità ci sarebbe rimasto almeno per quarant’anni, adesso con l’ eccessiva flessibilità o precarizzazione, a seconda dei punti di vista, tutto questo non esiste più”. Manca in altre parole, un investimento serio sulle risorse umane. A fronte dell’esasperata mobilità è stata stravolta la visione stessa del lavoro, che non serve più per sopravvivere ma per realizzarsi come persona e che, sempre in base all’indagine condotta, non supera in termini di importanza la priorità che molte persone accordano ancora oggi al partner o alla famiglia.
Un dato significativo, anche se un po’ contraddittorio è che tra i settori che più di altri hanno svolto formazione compaiono le Risorse Umane, la Sicurezza sul lavoro e la Ricerca e Sviluppo, mentre è proprio quest’ultimo campo ad essere considerato dalle imprese stesse come di importanza strategica per migliorare la competitività aziendale in Italia nei prossimi tre anni. In altre parole, se ne riconosce il carattere fondamentale, anche se nei fatti poi l’investimento è ridotto, almeno in termini di aggiornamento del personale che vi lavora.
E se ci si muove a livello comunitario si nota che ad investire in formazione sono soprattutto i paesi con un PIL elevato. In quest’ottica, l’Italia si troverebbe su quella linea di confine che divide le nazioni dell’Est europeo da quelle scandinave, e dunque ancora molto lontana dalle direttive tracciate dal Consiglio europeo di Lisbona del 2000, soprattutto per quanto riguarda i passi da compiere nell’informatizzazione e nella conoscenza delle lingue.
Manuel Massimo

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