Disonestà intellettuale

L’editoriale di Mariano Berriola
Quello delle università italiane è sicuramente uno dei periodi più complicati della loro esistenza. Il problema dell’Istituzione è ovviamente legato agli uomini che la fanno. In quelle università guidate da persone equilibrate e corrette è più facile trovare l’attenzione e il rispetto dello studente, così come per la didattica, la ricerca, le strutture, gli ambienti di lavoro e soprattutto per le “risorse”. Il che vuol dire mettere in moto dei meccanismi di valutazione e responsabilità senza i quali la sconfitta è garantita. Negli atenei guidati da egoisti e invasati proliferano invece le cattive pratiche, la distrazione dagli obiettivi, l’irresponsabilità, i deficit di bilancio. Il compito di favorire le prime e di scoraggiare le seconde spetta, ovviamente, al governo.
Il ministro Gelmini ha cominciato a fare qualche passo verso gli studenti attraverso le maggiori risorse stanziate per il diritto allo studio e verso il merito con la conversione del decreto 180, che prevede la distribuzione di un 7% dell’FFO agli atenei più meritevoli. È un buon inizio ma non basta. Quando la situazione si fa cronica – come quella che è sotto gli occhi di tutti – occorrono provvedimenti più incisivi. La parola magica a cui sono allergici molti dei nostri professori è la valutazione. Ma certo questa non può essere affidata al Civr, non possiamo far sì che il controllore e il controllato coincidano.
Bisogna spezzare quell’ambiguo sistema con il quale si fanno girare soldi fra tutti, facendo prevalere gli interessi personali su quelli pubblici. Ma al futuro dei ragazzi, alla ricerca, alle competenze, alle pari opportunità per tutti, chi ci pensa? Certo il governo ha un ruolo decisivo e il nostro ministro dell’Istruzione ha sulle spalle un bel faldone.
Da dove cominciare dunque? Partirei dagli obiettivi minimi che dovremmo porci.
Qualità degli studi e della ricerca, preparazione adeguata per l’inserimento nel mondo del lavoro, libero mercato, ovvero la possibilità di poter concorrere per qualunque posizione con la consapevolezza di potercela fare grazie alle proprie qualità e ai propri meriti. Questo è un punto cruciale. Dobbiamo ridare, Ministro Gelmini, la fiducia ai nostri ragazzi, ai tanti non figli di papà sempre più scoraggiati nell’intraprendere un percorso senza “santi in paradiso”. Dobbiamo riattivare processi virtuosi e riprendere quelle energie e quegli entusiasmi indispensabili per un rilancio. Bisogna riorganizzare la governance degli atenei per ridurre le concentrazioni di potere a cui assistiamo ancora oggi. Puntiamo alla massima trasparenza nei concorsi pubblici. La gente comune, i ragazzi sono davvero arrabbiati e il clima rischia di diventare incandescente se non si interviene subito.
In redazione abbiamo ricevuto sul nostro quotidiano online corriereuniv.it centinaia di e-mail di disappunto per gli ultimi fatti che hanno interessato il concorso a ricercatore vinto da Francesca Romana Lenzi, figlia del presidente del Cun Andrea Lenzi, unica concorrente per un posto in “Storia dell’Europa Orientale”, bandito dall’Università Europea di Roma. Il nostro giornalista, Manuel Massimo, ha ben spiegato nelle pagine che seguono i fatti e non posso aggiungere null’altro se non il mio personale commento. Credo che Andrea Lenzi – che ho avuto ospite nel mio programma televisivo “Blog” – sia una brava persona e sembra che come docente sia stimato, ma in questa vicenda ritengo che abbia sbagliato e tanto. Intanto perché è il presidente del Cun, il massimo organo di controllo nel nostro sistema universitario, quello che dovrebbe osteggiare nei concorsi pubblici ogni cattiva pratica, e denunciare tutte le irregolarità o anomalie che dovesse intercettare. Eloquenti e allarmanti le sue parole a noi giornalisti: “Stamattina ho ricevuto molte telefonate di solidarietà da molti colleghi” e ancora “sono molto orgoglioso di mia figlia”. Ci chiediamo, e lo chiediamo anche al professor Lenzi, chi siano le persone che gli hanno testimoniato solidarietà. Ci piacerebbe saperlo, perché qui si rischia il paradosso. E proprio per evitare ulteriori mancanze di rispetto verso chi non ha dalla sua un cognome che conta, credo che Lenzi farebbe bene a dimettersi.
Come dovrebbero dimettersi tutti quei rettori che hanno portato in dissesto finanziario le loro università, che non rendono disponibili i loro bilanci. Hanno speso più di quanto potevano (o dovevano) e ora non possono scaricare sui cittadini il peso delle loro cattive gestioni. Soldi sì, ma a chi ha già dimostrato di meritarli. Le risorse sono poche e non possiamo permetterci ulteriori sprechi.

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