Dal brain drain al brain waste

Un’Italia che sembra lasciarsi alle spalle la fase più acuta della peggiore recessione del periodo post bellico, ma tra le più lente economie industrializzate a recuperare e, soprattutto, un paese in cui perdura il forte divario tra Nord e Sud.  in particolare nel settore industriale e le reti infrastrutturali che mostrano forte debolezza. Il quadro socio-economico che emerge dall’ultimo rapporto SVIMEZ evidenzia la condizione storica di una paese a due velocità. Fattore “comune” la disoccupazione giovanile in calo in tutto il paese.

Gli occupati al Sud sono quindi tornati ai livelli di dieci anni fa. In Campania lavora meno del 40% della popolazione in età da lavoro, in Calabria è il 42,4%, in Sicilia il 42,6%. Tra il 2003 e il 2010 gli inattivi in età da lavoro sono cresciuti nel Sud di oltre 750 mila unità. Crisi che si risente in tutta Italia per la fascia di età under 35.

Se si analizza la condizione occupazione dei giovani si riscontra che sia a Nord che a Sud,  sono gli under 35 a trovare difficoltà a inserirsi. Non a caso, i 450mila nuovi occupati meridionali nella classe 15-34 anni nel 2008 sono scesi a circa 350 mila nel 2009. Cifre ancora più alte al Centro-Nord: qui i giovani under 35 neoccupati sono stati nel 2009 150 mila in meno rispetto al 2008.

L’istruzione superiore continua a presentare 20 punti percentuali sotto il target e a quasi 14 punti dalla media dell’Unione Europea (33,6%). E se il Centro-Nord è al 22,4%, il Mezzogiorno è  fermo al 15,6, con tassi di abbandono scolastico rimangono più alti al Sud: nel 2008 14 su 100 hanno lasciato dopo il primo anno di scuola superiore contro il 10 del Centro-Nord. A pesare, le condizioni di degrado sociale e familiare.

L’Italia si distingue negativamente nel contesto europeo anche per la quota di early leavers from education and training (giovani di 18-24 anni che hanno abbandonato gli studi senza aver conseguito un titolo di scuola secondaria di primo grado), pari nel 2010 al 18,8% (22% per gli uomini e 15,5% per le donne), oltre quattro punti percentuali in più della media UE

Nel 2009-2010 il tasso di passaggio all’università al Sud si è assestato al 60,9%, in calo di un punto e mezzo percentuale rispetto al 2008-2009. In crescita i laureati in materie scientifiche, saliti al Sud dal 4,2 per mille abitanti del 2000 a 8,2 del 2008.

Il ritardo delle regioni meridionali  si accentua proprio negli istituti tecnici, negli istituti professionali e nella formazione professionale – frequentati generalmente da studenti con uno scarso retroterra culturale e sociale – che rappresentano sempre di più veri e propri luoghi di marginalizzazione.

È come se la «debolezza» sul mercato del lavoro, legata in tutto il Paese alla «condizione giovanile», al Sud si protraesse ben oltre l’età in cui ragionevolmente si può parlare di «giovani».

Dal brain drain, cioè dalla “fuga dei cervelli”, il drenaggio di capitale umano dalle aree deboli verso le aree a maggiore sviluppo, siamo ormai passati al brain waste, lo «spreco di cervelli», una sottoutilizzazione del capitale umano formato, che stenta a trovare una via anche nella migrazione.

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