Coronavirus, il 44% degli italiani è preoccupato di perdere il lavoro

Quasi la metà degli italiani, il 44%, è preoccupata di perdere il lavoro a causa degli effetti generati dalla diffusione del coronavirus. È quanto emerge dall’Osservatorio Swg che ha sondato le opinioni della popolazione a poco più di un mese dallo scoppio dell’emergenza internazionale seguìta al focolaio cinese. Il dato sale (53%) se si considerano le persone convinte che la propria azienda o attività economica possa subire conseguenze negative.

Il giudizio sulla reazione
Alla domanda sul grado di accordo rispetto a come le nostre istituzioni sanitarie stanno gestendo la crisi, a larghissima maggioranza (68%) l’idea è che inizialmente c’è stato poco coordinamento tra Regioni e Governo, anche se ora va meglio. Si è agito di impulso, senza tenere conto dei possibili danni che si generavano sull’economia del Paese, secondo il 60% del campione. E per oltre la metà dei cittadini ( 55%) si sono creati danni al Paese ben più gravi rispetto a quelli che ci sarebbero stati con una maggiore diffusione del virus (60% tra gli occupati). Si trova in Lombardia la quota più ampia di chi considera eccessive le azioni messe in atto dalle autorità pubbliche. Se il dato nazionale si ferma al 22%, nella Regione del Nord dove si è registrata la diffusione più marcata del virus, l’asticella sale al 31%.

Le prime tre fasi
Per gli analisti di Swg nella prima fase (quella della diffusione iniziale dell’epidemia nella città di Wuhan e in Cina) l’opinione pubblica ha guardato con un certo distacco quel che accadeva. «La crescita dell’epidemia, unitamente alle immagini circa le azioni di contenimento svolte dalle autorità cinesi e alla decisione delle autorità italiane di chiudere i voli tra Italia e Cina, ha alimentato la paura per la pericolosità del virus». Così mano a mano sui media italiani cresce il risalto dato alla notizia e, simmetricamente, l’ansia da parte dei nostri connazionali. Nell’Osservatorio del 4 febbraio il 62% degli italiani si diceva preoccupato per il virus, il 37% dichiarava di avere cambiato alcune abitudini e il 49% esprimeva soddisfazione per l’operato del governo. I primi contagiati e i primi decessi segnano naturalmente un picco di preoccupazione e di ansia. «Le stesse azioni che avevano rassicurato quando erano state applicate alla Cina (quarantena e chiusura delle aree a rischio), applicate all’Italia creano una situazione di allarme tale da portare a veri e propri assalti ai supermercati con un crollo verticale della fiducia sul prossimo futuro»).

Le opinioni al momento
A fine febbraio «cambia radicalmente il mood comunicativo dei media, facendo proprie le preoccupazioni di amministratori e cittadini sugli effetti del virus rispetto all’economia locale e nazionale». Ed ecco che il contagio fa meno paura dal punto di vista sanitario (il 33% degli intervistati ritiene probabile subire il contagio e l’84% ritiene che in Italia non si arriverà a 500 decessi), ma crescono i timori per le conseguenze economiche derivate dalle azioni di contenimento.

Sole24ore

Total
0
Shares
Lascia un commento
Previous Article

La ministra Azzolina chiarisce le linee programmatiche a Camera e Senato

Next Article

Governo al lavoro su voucher baby sitter e congedi per i genitori, si valutano i costi

Related Posts
Leggi di più

Alternanza scuola-lavoro, in Puglia boom di infortuni per gli studenti: 4500 in un anno

Fanno ancora discutere i numeri dei progetti PTCO che dovrebbero garantire percorsi di formazione all'interno delle aziende per i ragazzi che frequentano gli ultimi anni delle scuole superiori. In Puglia le denunce di infortuni che hanno riguardato studenti nel 2019 sono state 4500, il 4,5% del totale nazionale. Intanto domani il presidente Mattarella incontrerà i genitori di Lorenzo Parelli, lo studente morto durante il suo ultimo giorno di stage.
Leggi di più

Smart working, dopo giugno solo il 15% delle imprese permetterà il lavoro a distanza in una città diversa dalla sede aziendale

Secondo un'indagine dell'Associazione italiana per la direzione del personale quasi 9 aziende su 10 sono disponibili ad utilizzare il lavoro da remoto dopo la deadline del 30 giugno. Solo il 15% però è disposto a far lavorare gli smartworker nelle loro città di origine. Una scelta che potrebbe penalizzare soprattutto i laureati del sud.