Bicocca, feto donato per ricerca scientifica. Si indaga sul mancato rispetto delle regole

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«Prendiamo atto delle dichiarazioni della dottoressa Paola Leoni. Come già annunciato e come concordato con la magistratura ieri è stata costituita la nostra commissione di inchiesta ma aspetteremo la conclusione formale delle indagini per avviare i lavori. L’introduzione del feto non era autorizzata, vi sono leggi e regolamenti che vanno rispettati, non solo dal punto di vista “burocratico” ma anche e soprattutto sotto il profilo etico-giuridico».

Replica così il rettore dell’Università Bicocca, Marcello Fontanesi, alle dichiarazioni della ricercatrice Paola Leoni, che ieri su quotidiano “La Repubblica” aveva ammesso di aver chiesto al professore Vescovi il permesso di poter conservare il feto di 4 mesi all’interno dei laboratori dell’Università milanese. La professoressa Leoni è attualmente direttrice del Sell&Gene Therapy center all’Università del New Jersey e ha riferito che il reperto proviene da un aborto terapeutico effettuato in una regione del Sud Italia l’8 febbraio del 2005: si tratta di una bambina su cui era stata riscontrata una mutazione genetica, effetto del morbo di Canavan.

Il rettore ribadisce l’estraneità dell’Università, precisando che «l’Ateneo non è stato coinvolto in alcun modo nelle ricerche relative all’utilizzazione dei tessuti fetali. Il professor Vescovi e i suoi collaboratori non hanno mai sottoposto alcun protocollo di ricerca al Comitato Etico di Ateneo per una valutazione o approvazione in tal senso».

«Tuttavia, poiché gli elementi che sono emersi mettono in luce fatti rilevanti sul fronte disciplinare interno, è necessario un nostro intervento per appurare come si sono svolti i fatti e se sono state rispettate le regole procedurali. Se sarà accertato che chi è coinvolto nella vicenda non ci ha detto tutta la verità o non ha rispettato le regole andrà incontro a sanzioni disciplinari», ha concluso Fontanesi.

 

 

 

 

 

 

 

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