Un “dottore” vale l’altro?

Ricerchiamo neolaureati per attività da svolgere presso nostro cliente. Richiesta conoscenza pacchetto office. Disponibilità immediata». «Si selezionano brillanti neolaureati con ottime conoscenze linguistiche (inglese e preferibilmente spagnolo), buone doti comunicative e disponibili, dopo un processo di formazione in Italia, a trasferirsi all’estero». «Attività di telemarketing e di back office commerciale. Requisiti: diploma/laurea, età di apprendistato, persona dinamica. È  gradita esperienza presso call center. Inserimento tramite stage formativo». Sono soltanto alcune delle offerte di impiego, reali, che società, privati e agenzie interinali mettono a disposizione dei giovani appena usciti dalle università. Annunci vaghi chiamano a raccolta neolaureati generici e contribuiscono al disorientamento di un ragazzo che, per la prima volta, si affaccia al mondo del lavoro. A volte non va meglio quando  sono multinazionali e grandi aziende a pubblicare posizioni aperte che limitano ad inviare alla candidatura «brillanti laureati col massimo dei voti». Qual è il titolo richiesto? La mansione che si andrà a svolgere? E in cosa consiste progetto formativo previsto dal tirocinio? Tutto rimane un mistero.

La crisi economica per le imprese, la concorrenza spietata e la mancanza di esperienza lavorativa («Il Suo è un ottimo profilo ma non possiamo affidarci ad una persona alle prime armi» è una tra le frasi ricorrenti in sede di colloquio) fanno il resto. Così quando si tratta di andare alla ricerca del primo impiego anche per uno studente-modello cominciano i problemi. Mi candido oppure no? Andrò bene per questo ruolo e per l’azienda? Chi staranno cercando davvero?

Facoltà più qualità. Certamente le probabilità di successo nell’ottenere un contratto sono legate al tipo di studi, è risaputo che le facoltà scientifiche presentino una maggiore ricaduta occupazionale. Anche per i laureati “forti”, però, i tempi medi di transizione università-lavoro rimangono piuttosto alti. E nella scelta di un candidato, ormai, contano sempre più una molteplicità di aspetti.
Il caro curriculum studiorum. La sfilza di trenta e lode, il bel voto di laurea e il titolo conseguito in corso allora a cosa servono? Un eccellente percorso accademico è importante, l’errore è puntare tutto soltanto sulla propria formazione. Inevitabilmente si registra una differenza sostanziale tra ciò che è stato insegnato nel corso di laurea e le necessità pratiche per ricoprire la mansione.

Soft skills, queste sconosciute. Le competenze tecniche acquisite sui libri si definiscono “hard skills” ma il neolaureato ideale non può essere sprovvisto delle cosiddette “soft skills”: le competenze trasversali. Sono caratteristiche individuali, indispensabili e concrete: riuscire a comunicare bene, gestire le proprie emozioni, saper lavorare in gruppo, adattarsi a contesti in evoluzione, avere doti di leadership e spirito d’iniziativa.
Il colloquio come ring. Il colloquio è lo step decisivo per far capire che meritate il posto in palio. Occhio agli errori. Innanzitutto siate puntuali. Giacca o tailleur? Non necessariamente, per l’abbigliamento è sufficiente un pizzico di buon senso. Portate una copia del cv e non date per scontato che sia stato già letto. Tenete in serbo risposte credibili se il selezionatore vi vorrà mettere in difficoltà ed evitate domande sullo stipendio e atteggiamenti troppo confidenziali.

 

“Vi spiego come farvi assumere. Parola di manager”

 

Multinazionali e grandi imprese italiane. Sono le destinazioni più ambite dai nostri neolaureati. E’ uno dei tanti paradossi di un Paese, l’Italia, “fondato” sulle piccole e medie imprese. La Best Employer of Choice 2013 ha classificato le aziende più desiderate e per il terzo anno consecutivo Eni si è aggiudicata il primo posto.

“Il problema è che non sempre riscontriamo nei giovani laureati una reale disponibilità alla mobilità nazionale ed internazionale” spiega Fabrizio Barbieri, vicepresidente della Direzione Risorse Umane e Organizzazione di Eni. “Per noi è fondamentale anche la flessibilità del candidato, a volte in sede di colloquio ci accorgiamo che ci sono invece delle resistenze nel considerare ipotesi anche solo leggermente differenti da quanto desiderato”.

 

Per voi, invece, al di là delle mansioni specifiche, qual è il profilo del neolaureato ideale?

“Per entrare in Eni i giovani laureati devono possedere una spiccata capacità di lavorare in gruppo e un forte orientamento ai risultati, sostenuto da energia e passione per il proprio lavoro. Fondamentale è anche la capacità di sviluppare soluzioni per problemi ad altissima complessità”.

 

E per quanto riguarda il titolo di studio?

“Le opportunità di inserimento per giovani laureati (saliti negli ultimi 5 anni dal 29 al 35% sul totale degli inserimenti) riguardano soprattutto ingegneri e laureati in materie economiche e tecnico-scientifiche”.

 

Un suggerimento agli universitari che ci stanno leggendo?

“Effettuare esperienze all’estero e acquisire una piena padronanza almeno dell’inglese per diventare “cittadini del mondo”; è importante saper riconoscer capacità e interessi per individuare il percorso professionale maggiormente produttivo e gratificante puntando a risultati accademici di eccellenza. Prima di prendere parte ad una selezione, è bene informarsi sull’azienda e sulla posizione per la quale si concorre”.

 

 

 

La ricerca. Ma i neodottori al lavoro non sono tutti uguali

 

I “Rassegnati”, gli “Adattivi ma deboli”, i “Precari in cerca di gloria”, le “Elites intraprendenti”. Ecco i quattro profili dei neolaureati italiani che emergono dal rapporto 2012/2013 “Sussidiarietà e… neolaureati e lavoro”. I “Rassegnati” costituiscono l’11,1% degli intervistati, laureati in materie giuridiche/scientifiche/letterarie che non si sono specializzati dopo la laurea e svolgono un impiego poco affine con ciò che hanno studiato. Gli “Adattivi ma deboli” rappresentano una buona fetta del campione, il 34,8%, e sono persone che pur se poco intraprendenti si rivelano flessibili al mercato del lavoro per lo più impegnate a tempo parziale nel commercio. Il gruppo più folto, il 39,6% del totale, è quello dei “Precari in cerca di gloria”. Si tratta soprattutto di uomini del sud e delle isole con esperienze di formazione all’estero, diversi lavori e tirocini svolti e con contratti di lavoro in corso a tempo determinato. Solo il restate 14,5% è composto dalle “Elites intraprendenti”, giovani del nord/centro Italia e di ceto medio-alto, audaci e laureati col massimo dei voti che arrivano a percepire uno stipendio medio di circa 1.352 euro.

 

 

“Mi sono laureato! E adesso?” Dall’altra parte della scrivania

 

Nel corso della sua vita professionale Marco Bianchi, avvocato e responsabile per anni dell’Ufficio Legale di una grande multinazionale italiana, ha visto centinaia di curricula e tenuto colloqui con neodottori alla ricerca del primo impiego. Oggi in un libro “Mi sono laureato! E adesso?” ha raccolto i tanti anni di esperienza.

 

C’è una caratteristica che accomuna i tanti ragazzi che ha conosciuto ai colloqui?

«Sì, l’ingenuità. Troppo spesso sembrava il candidato che avevo davanti assumesse lo stesso atteggiamento di quando doveva sostenere un esame in Università. Spesso quando dicevo “bene, adesso mi faccia lei delle domande” il neolaureato rimaneva sorpreso e non sapeva cosa chiedere. In realtà dietro questo atteggiamento quasi sempre c’è la non conoscenza di come funzioni e di come sia strutturata un’azienda. È capitato a volte che le uniche domande fossero:‘Ma che orario dovrei fare, quante ferie ci sono?’. Ma come, non sei ancora entrato, e ti preoccupi solo di quando si esce?»

 

Nel volume ricorre alla definizione di “neolaureato ad alto potenziale”. Chi è costui? 

«Quando seleziono non mi fermo al voto di laurea, cerco una persona che abbia non solo conoscenze ma anche, almeno da quel che riesco a capire dal colloquio, il carattere, la personalità  e la voglia  di applicarle all’interno di un ambiente di lavoro e di un gruppo. Telegraficamente, le caratteristiche: buon voto di laurea, in corso o ragionevolmente fuori corso con spiegazione, esperienza Erasmus, lingua inglese, qualche attività lavorativa/tirocini, interessi extra-professionali interessanti».

 

Scrivere bene il curriculum, sembra una banalità, eppure…

«Proprio così, è la base. Se cerco un ingegnere aereonautico sui quarant’anni ricevo cinque cv. Se cerco un neolaureato ne ricevo un centinaio, potenzialmente tutti molto simili. Il cv serve per differenziarsi (in positivo) e agguantare il colloquio. Poche informazioni, ma buone: gli errori non sono ammessi. E poi datemi solo informazioni utili: evitate di raccontarmi che alle medie avete vinto i campionati provinciali di matematica!».

 

 

 

“Brillante laureato offresi” Un’odissea messa nero su bianco

 

 

“Brillante laureato offresi”. Non si tratta di una delle tante autocandidature che partono dalle caselle di posta elettronica di giovani preparati e volenterosi, è invece il titolo del romanzo e dell’omonimo sito (www.brillantelaureatooffresi.com) di Mattia Colombo. Brianzolo, laureatosi nel 2007 in Mediazione linguistica e culturale, ha scelto di raccontare i 18 mesi successivi al conseguimento del titolo universitario alla disperata ricerca di un impiego.

 

La tua storia comincia dal giorno della tua laurea…

«E finisce nel giorno di un colpo di testa dopo la ricerca di uno sbocco professionale coerente coi miei studi. Nebbia fitta in Pianura Padana, ma più ai piani dirigenziali che fuori nelle lande. La mia storia parla di speranza tramutatasi in rabbia, tramite un’energia che nel corso dei capitoli cambia volto senza comunque perdere il senso dello humour. Nonostante le difficoltà mi sono sempre mantenuto attivo e propositivo».

 

Capacità, entusiasmo e cinque lingue parlate fluentemente. E invece com’è stato l’approccio col mondo del lavoro?

«Un laureato nell’Italia di oggi passa molto spesso per vicissitudini paradossali. Il mio caso è lampante: dal corso di laurea al corso di barman, dall’esser preso sotto gamba al salvare spesso la giornata a coloro per cui ho lavorato. Mi vedo come parte di un mosaico che conferma quanto la realtà sappia sorpassare la fantasia. Per negatività, purtroppo».

 

Cosa ti ha spinto a scrivere? Dove hai trovato il coraggio di raccontarti?

«Scrivere è un brutto vizio che ho sin da bambino; espormi in prima persona, idem. In questo caso ne ho passate talmente tante che in qualche modo volevo immortalare il periodo. Parallelamente vedevo molti dei miei coetanei in vicende simili, quindi mi sono voluto ergere a portavoce. Nel mio caso comunque non parlerei di coraggio, parlerei di dignità: viste certe cose, il silenzio sarebbe stato sinonimo di omertà».

 

Cinque anni dopo la laurea, cosa stai facendo?

«Pur non essendo sistemato, sto decisamente meglio: collaboro in qualità di esperto multilingua in ambiti di vendita, comunicazione e formazione. Il dato interessante, comunque, è che il 75% dei miei introiti arrivano dall’estero. Ho 29 anni e ho vissuto in 4 nazioni: ho trovato più stranieri desiderosi di proporsi all’Italia che italiani desiderosi di proporsi all’estero. Nonostante la crisi. Incredibile, no?».

 

Un messaggio ai giovani come te?

«Flettetevi ma non piegatevi. Tenetevi sempre pronto un piano B e sbattete le porte che ci sono da sbattere. Saranno le persone come noi a rendere l’Italia un posto migliore, il giorno che torneranno».

 

 

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