Raid nell’università, l’India in rivolta

La polizia contro gli studenti. Si allargano le proteste per la legge sulla cittadinanza che esclude i musulmani

In università a torso nudo. Si sono presentati così, ieri, alcuni studenti della Jamia University, in solidarietà ai compagni inermi presi a bastonate nel campus, colpiti finanche nei bagni e in biblioteca durante l’irruzione (non autorizzata) di domenica. Una brutalità che dà la misura della repressione in corso in India per fermare le proteste ora dilaganti in tutto il Paese contro la legge sulla cittadinanza, approvata dal Parlamento e firmata dal presidente. Un provvedimento che agevola i rifugiati e gli irregolari provenienti da tre Paesi vicini (Afghanistan, Pakistan e Bangladesh), tutti a eccezione dei musulmani (che in India sono 200 milioni). Un’iniziativa per tutelare le minoranze fuggite dagli Stati islamici confinanti, ha spiegato in Parlamento il ministro dell’Interno Amit Shah, il consigliere più ascoltato del premier Narendra Modi, cresciuto come lui in Gujarat militando nelle Rss, il gruppo paramilitare ultranazionalista indù.
Ma allora, è stato obiettato, perché la mano tesa non è stata estesa anche alle comunità musulmane perseguitate, come gli Ahmadi in Pakistan o i Rohingya in Birmania? Invece il governo di Delhi ha chiesto alla Corte suprema il via libera per deportare i Rohingya già sfollati in India. La legge sembra piuttosto correre in soccorso di quegli indiani non islamici che non rispettano i criteri imposti dal nuovo registro nazionale dei cittadini, lanciato in via sperimentale nella regione dell’Assam. Per poter essere iscritti gli abitanti devono provare il loro arrivo in India prima della nascita del Bangladesh, nel 1971. Quando le autorità si sono accorte che non soltanto gli islamici, ma anche gli indù erano in difficoltà a produrre la documentazione e rischiavano di perdere la cittadinanza, hanno rinviato la pubblicazione del registro. Nel frattempo la nuova legge sulla cittadinanza offre loro un paracadute: a restare apolidi, saranno infatti soltanto gli islamici, che rischiano così di essere reclusi o deportati. L’ennesimo esempio per molti critici di come il premier Modi, nel suo secondo mandato, stia spingendo per un programma nazionalista a favore della maggioranza indù.
L’Alto commissariato dell’Onu ha definito la misura «fondamentalmente discriminatoria». Dentro e fuori il Paese, il provvedimento è stato accusato di essere «anticostituzionale»: introducendo un criterio religioso nella concessione della cittadinanza, stravolge il carattere secolare della democrazia indiana, in particolare il principio di uguaglianza sancito dall’articolo 14 della Carta. La legge è la più importante di una serie di iniziative del governo Modiper trasformare l’India in Hindustan, dopo la svolta sul Kashmir e il verdetto sul sito religioso conteso di Ayodhya. Ma l’ondata di proteste che ha suscitato (partita dall’Assam, dove ci sono stati anche dei morti) rappresenta la più grande sfida mai sferrata al premier indiano in cinque anni.
corriere.it

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