Professione giurista

Intelligenza, responsabilità e competenza, tre ingredienti essenziali per diventare un buon giurista. Uno studio che richiede una forte capacità analitica e argomentativa che sia nelle aule del tribunale o negli studi di consulenza. Un diritto che è sempre più internazionale. Informarsi, specializzarsi, parole d’ordine per il successo professionale. Luca Bolognini, Presidente Istituto Italiano per la Privacy.

La Giurisprudenza è un settore ampio e specifico al tempo stesso, lei ha sempre desiderato di diventare avvocato?

Ero indeciso tra medico (mio padre è uno psichiatra) e avvocato, per ragioni famigliari, ma anche di indole personale. Prima di fare l’avvocato e il ricercatore di diritto, da giovanissimo ho fatto impresa in settori editoriali e tecnologici, ma ho presto capito che non amavo quel tipo di lavoro, troppo materiale: mi piace pensare e scrivere, e la profes­sione porta ad essere pagati perché si pensa e si scrive. A dodici anni ero il migliore della classe in matematica, in terza media, il peggiore. Ovviamente era la passione a indirizzarmi, non la correttezza dei miei giudizi, (anche la matematica è importante e bella!).

Molti studenti sono attratti dalla professione di avvocato, ma si sentono intimoriti dallo studio mnemonico di codici e leggi. Che cosa consiglierebbe loro?

Ci sono esami – a dire il vero quasi tutti – che richiedono sforzi mnemonici significativi. Si tratta di scogli difficili, ma servono, a qualunque età. E’ la competenza che fa la diffe­renza. E’ naturale che poi, raggiunto un certo livello di bravura e conoscenza, si cominci ad evolvere e a ragionare più che a memorizzare: nel tempo ho sviluppato una creatività analitica sulle questioni giuridiche, che mi consente di spaziare, di proporre idee innova­tive, di non accettare supinamente una teoria o una sentenza. L’originalità e l’efficacia di un avvocato e di un giurista si misurano con la capacità di andare oltre, di non dare nulla per scontato, di pensare sempre alle ragioni dell’altro in termini non pregiudiziali.

Ci può descrivere in breve le tappe del suo percorso professionale?

Sì, ma con l’avvertenza di non seguirle! Ho avuto un percorso non ortodosso: prima ho frequentato il liceo classico e lì ho sviluppato l’amore per la scrittura (pubblicai un ro­manzo per teenager), poi giurisprudenza e, nel mentre, fondai Gullivertown, azienda libraria e anche una dotcom pioniera in Italia (la portai ad avere 55.000 clienti nel 2005, quando ne cedetti la guida).

Lo studio del diritto, unito alla scoperta delle nuove tecno­logie come imprenditore, mi hanno fatto avvicinare a tematiche come la privacy e la proprietà intellettuale, che poi ho coltivato in attività di ricerca. Oggi presiedo l’Istituto Italiano per la Privacy e faccio l’avvocato, esperto e focalizzato sulla protezione dei dati personali.

I miei clienti sono aziende, anche multinazionali, e generalmente non mi occupo di pratiche giudiziali. Amo prevenire i guai, anziché curare il contenzioso e la “patologia legale”. Ci sono due tipi di avvocati, entrambi di valore, quelli che preferi­scono stare in giudizio nei tribunali, e quelli più portati alla consulenza. Io appartengo a questa seconda categoria.

Quale è lo stato dell’arte in Italia sulle tematiche della protezione dei dati persona­li e della cybersecurity?

Senza dubbio, sono settori in espansione e c’è bisogno di nuove leve. Molti studi legali non hanno il dipartimento ICT e Privacy interno, dunque si affidano a colleghi specialisti di queste materie. Materie che oggi riguardano il 99 per cento delle imprese; quando si dice “privacy” si dice diritto civile, penale, costituzionale, amministrativo, informatico, commerciale, internazionale privato e pubblico, insomma un bel groviglio di problematiche. Ecco che l’aggiornamento, l’intelligenza e la precisione della cono­scenza vanno coltivati ogni giorno. Una parola sbagliata o un termine non rispettato, possono causare grandi problemi ad un cliente, e l’avvocato non può permettersi approssimazioni. E’ un lavoro di responsabilità, ben pagato.

Lo stato dell’arte, in materia di protezione dei dati personali, in Italia, è avanzato rispetto al resto del mondo; c’è tuttavia ancora bisogno di riforme, a livello UE e poi nazionale, per venire incontro alle nuove dinamiche di mercato. Penso al cloud computing o alle tecnologie RFID o, ancora, alla geolocalizzazione mobile: mondi in parte inesplorati, di fatto, dall’attuale normativa, e su cui, tuttavia, le imprese e la PA stanno già investendo.

Altro tema di cocente attualità; il diritto delle nuove tecnologie. Quali sono le principali tematiche al riguardo?

Oltre alla privacy, intesa sia come riservatezza sia come tutela dei dati personali, le que­stioni aperte sono indubbiamente la protezione del diritto d’autore, il bilanciamento tra libertà di espressione e altri diritti (copyright, data protection, segreti industriali e pub­blici), la globalizzazione dei servizi e delle risorse tecnologiche. Queste problematiche comportano una necessità, abbastanza ovvia a dire il vero: l’avvocato deve conoscere perfettamente l’inglese e poter sostenere una riunione con colleghi di altri continenti, per risolvere questioni che ormai sono solo di rado nazionali.

Lauree triennali in Giurisprudenza. A suo avviso, hanno una loro validità in relazione al mercato del lavoro o è necessaria la magistrale e/o altri corsi di specia­lizzazione?

Non consiglio le triennali. Se si sceglie di studiare legge, conviene fare la magistrale, anzi, mi pare il minimo. Dopo una laurea magistrale, suggerisco un periodo di ricerca all’estero, mentre francamente non assisterei cattedre in Italia.

Poi, raccomando di tornare in patria: il nostro Paese ha bisogno di professionisti capaci e al passo coi tempi o persino precursori. Ma c’è anche un altro consiglio non richiesto che mi sento di dare: scrivete, informatevi, specializzatevi. Pubblicate, e fatelo già durante il periodo di formazione, senza mai accettare gli stop di certi “baroni” che vi dicono di fermarvi, di essere prudenti, di non “bruciarvi” con pubblicazioni avventate; sono freni sbagliati, spesso dovuti a logiche gerontocratiche, mentre si può essere bravi giuristi anche a 21 anni, se ci sono intelligenza, responsabilità e competenza.

Amanda Coccetti

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