Per un'università responsabile

Responsabilità: il tema al centro dell’incontro “Autonomia Responsabilità Università” che si è tenuto il 6 luglio 2010.

Il 6 luglio 2010 la Facoltà di Scienze della Comunicazione della Sapienza Università di Roma ha ospitato l’incontro “Autonomia Responsabilità Università” per presentare l’omonimo numero della rivista Atlantide. Il dibattito si è rivelato un momento fondamentale di dialogo e confronto tra rettori, docenti, dottorandi e studenti su un tema di estrema attualità: la crisi dell’università.
Davide Rondoni, poeta e scrittore nelle vesti di moderatore, ha sottolineato che la crisi e il cambiamento possono rivelarsi una grande opportunità per l’università. Solo nella crisi, infatti, l’istituzione si mette in discussione, ma “occorre avere delle parole chiave, dei riferimenti”.
E così è stato. Per l’intero dibattito le parole chiave sono state “verità” ma soprattutto “responsabilità”. Responsabilità di tutte le parti sociali nella definizione dell’attuale status quo dell’università italiana, la cui consapevolezza è fondamentale e necessaria. “Il mutamento è un’opportunità per me da vivere con la consapevolezza dei limiti da affrontare”, ha esordito Giovanni Cannata, rettore dell’Università degli Studi del Molise.
Hanno recitato un “mea culpa” i relatori e i docenti intervenuti successivamente. La colpa non può essere imputata solo e sempre alla politica, anche l’università ha sbagliato e ammetterlo è un passo in avanti indispensabile. Opinione, condivisa dai presenti. “L’autonomia è stata mal gestita dai docenti, ma anche dalle manovre politiche che hanno lasciato a loro una libertà che si è rivelata immeritata”, dichiara il professor Gian Cesare Romagnoli dell’Università degli studi di Roma Tre. Anche Mario Morcellini, direttore del neo-nato Dipartimento di Comunicazione e Ricerca Sociale, ha focalizzato l’attenzione sul bisogno dell’università non di una rivoluzione politica, per quanto i due settori siano strettamente legati, ma di una “rivoluzione culturale e ideale, un potenziamento della missione universitaria altrimenti destinata a restare inerme  in una posizione difensiva”.
Il problema reale dell’università italiana non è rappresentato dai tagli, pur importanti e decisivi in questo momento storico, ma la chiarezza sulla sua missione, l’organizzazione interna e la conservazione di una tradizione e un valore di cui l’università è custode e che va tutelata con spirito critico. Decidere cosa si vuole dall’università è divenuto un bisogno primario. Il quesito di Giorgio Vittadini, Presidente della Fondazione per la Sussidiarietà editore della rivista Atlantide, “Cosa volgiamo? L’autonomia o un sistema centralizzato?” ha animato il dibattito. Tutti concordi sulla necessità di fare chiarezza, di comprendere cosa si vuole che l’università rappresenti.
Assunzione di responsabilità ancora una volta, quindi. Occorre il “coraggio culturale di assumere una posizione”, afferma Vittadini.
Il dibattito ha colpito anche i più giovani. Le parole di uno studente della facoltà di Scienze Politiche della Sapienza. Costituiscono un promemoria per l’università e sottolineano ancora una volta l’urgenza di un intervento decisivo: “L’Università mi istruisce, mi forma, mi costruisce. Ed è bello che oggi sia stata riconosciuta anche la nostra  responsabilità”.
Problema da non sottovalutare è il recupero della dignità del mestiere universitario, fattore sottolineato da Alessandro Schiesaro, coordinatore del Comitato per la Programmazione delle Politiche per la Ricerca del Miur. L’amore per l’istruzione e la cultura deve essere il motore con cui leggere il riformismo, inteso come sforzo comune e condiviso. L’università per innescare cambiamenti positivi e progettare il futuro deve, però, diventare protagonista e non permettere che a confinarla in secondo piano siano i suoi stessi errori.
Non ho mai perso nemmeno per un giorno l’entusiasmo per il mio lavoro, perché ho visto il cambiamento nelle istituzioni. Noi vogliamo bene all’università e non possiamo stare più a guardare mentre viene oltraggiata”, queste le parole conclusive di Giovanni Cannata.
Annalisa Amato

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