L’uomo bicentenario è storia vecchia, vi presento Joey Chaos

Il confine tra scienza ed etica è stato varcato: i robot umanoidi sono ufficialmente tra noi

La fantasia è più importante della conoscenza” scriveva Albert Einstein. Oggi queste parole seppur risalenti agli inizi del ‘900 sembrano predire qualcosa di non troppo lontano. Il sapere è una grande arma nelle mani dell’umanità ed è innegabile che il progresso scientifico dovuto all’inventiva dell’essere umano si sia rivelato benefico in tanti aspetti della vita. Può accadere però che talvolta ci si lasci “prendere un po’ la mano” sconfinando in quella che molti hanno considerato fantascienza fino a qualche decennio fa. I robot sono tra noi. Non parliamo di robot da cucina che al massimo possono farci un caffè o mescolare un impasto, parliamo di umanoidi, esseri sempre più vicini all’uomo, in grado di esprimere sensazioni attraverso il proprio volto, capaci di rispondere a domande e tenere una conversazione. Tutti noi abbiamo provato forte commozione nel guardare Robin Williams interpretare il robot Andrew Martin nella pellicola del 1999 “L’uomo bicentenario”, storia di un prototipo di robot antropomorfo che scoprirà di poter provare sentimenti. Ora siamo di fronte ad una scoperta ancor più concreta.

Il caso è quello di Joey Chaos (nella foto) una delle opere fin troppo realistiche dello studioso di robotica David Hanson. Con un sistema in grado di dargli la tecnologia della parola e una pelle artificiale di impressionante somiglianza a quella umana, Joey potrebbe effettivamente essere scambiato per un uomo. L’intera comunità scientifica ed accademica non può che dividersi su questo fronte. Il confine tra scienza ed etica è stato valicato, un giorno potremmo trovarci in metro e non sapere se il nostro vicino di posto è umano o robot umanoide.

Il dubbio più comune è quello dell’utilità di tali invenzioni. Che valore aggiunto può dare un robot in grado di conversare? Perché dovremmo scegliere di fare una chiacchierata con un ammasso di circuiti piuttosto che con un amico? Il mondo è pronto per un passo così grande? Hanno risposto a queste domande due esperti del settore: il ricercatore del CNR Gianmarco Veruggio, fondatore della Scuola di Robotica e inventore del termine roboethics (roboetica) e Lorenzo Chieffi, preside della facoltà di giurisprudenza della Seconda Università di Napoli nonché Direttore del C.I.R.B. Centro Interuniversitario di Ricerca Bioetica.

Gianmarco Veruggio“. La questione va analizzata sia dal punto di vista dell’essere umano che da quello dei robot. L’uomo si troverà dinanzi ad un oggetto che interpreterà il nostro linguaggio e potrà sostenere un’interazione emotiva. La necessità primaria sarà quella di proteggersi, di non creare dipendenza fisica o psicologica nei confronti di queste macchine. Dal punto di vista dei robot posso solo affermare che ad oggi ritengo ridicolo pensare che questi possano provare delle emozioni e dei sentimenti. Certo, non vedo il futuro, ma per quanto possano essere complessi ed intelligenti, anche più di noi, credo che non potranno mai raggiungere lo status mentale e morale del genere umano. Nella robotica, così come in tutte le scienze, l’etica serve a comprendere cosa va e cosa non va, ad analizzare le prospettive di un determinato progresso tecnologico. A questo proposito, molti si domandano quale sia la funzione di un robot tanto simile all’uomo. Ci sono tantissimi lavori che oggi non vogliamo fare più: in miniera, in fabbrica tra gas tossici, nei servizi e così via. I robot potranno assolvere a tutte queste funzioni e la motivazione viene da due spinte diverse. La prima è di tipo tecnologico, ovvero la necessità di costruire manufatti che siano utili. Si è partiti dalla ruota e oggi si è arrivati al computer. L’altra spinta è di tipo scientifico, ovvero il desiderio dell’uomo di svelare l’ignoto, di fare ricerca libera, pura curiosità. Essere preoccupati “conviene sempre”. Conviene per la robotica così come per nucleare o l’ingegneria genetica. Nel mondo scientifico sarebbe consono adottare sempre un atteggiamento consapevole e responsabile, ecco perché si parla di etica e più nel dettaglio di roboetica”.

Lorenzo Chieffi“. Questo è un settore pericolosissimo. E’ vero che oggi adoperiamo già delle macchine per essere sostituiti in fabbrica o per lavori manuali particolarmente monotoni e delicati ma in questo campo parliamo di ben altro. Qui si entra nel sociale, nell’etica. Io credo che l’Unione Europea dovrebbe proibire determinate invenzioni. Proviamo a pensare per un attimo alla possibilità di creare questi robot. Può farlo ovviamente chi detiene potere e denaro, Gheddafi ad esempio o Hitler se in passato avesse potuto. Il problema fondamentale non è il robot in sé bensì chi detiene la sua mente, chi lo programma per determinate funzioni. A chi parla di Carta dei Diritti dei Robot rispondo che a questo punto dovremmo uguagliare i nostri diritti sanciti dalla Costituzione a quelli di queste macchine? La scienza è davvero arrivata così lontano? Questo stadio post-umano è davvero preoccupante. Così come per l’ingegneria genetica sono posti dei limiti, dovrebbe essere limitata anche questa tecnologia, lo stato non deve finanziare queste attività. Ci sono milioni di euro alle spalle, interessi economici enormi se si considera anche l’applicazione dei microchip nell’essere umano. Non sono altro che mini congegni robotici che creano dipendenza nell’uomo. La tecnologia in questi casi, purtroppo, riduce la voglia di rivolgersi all’uomo”.

Martina Gaudino

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