Luci e ombre della storia energetica italiana: il caso Enrico Mattei

Si dice che una buona abitudine per non sembrare sciocchi sia quella di non addentrarsi nel campo minato di ciò che si ignora e di arroccarsi nella ridotta di ciò che è noto. Oltre a denotare scarsa intraprendenza e coraggio, un simile atteggiamento impedisce il corretto uso della grande arma intellettuale del giudizio, “utensile buono a tutto, e che si impiccia di tutto” come recitava il filosofo Montaigne. Raccogliendo il guanto di sfida gettatoci dall’ignoranza e nella speranza di tornare a parlare più nello specifico dell’argomento, ci accingiamo a gettare una debole luce sulla controversa storia di Enrico Mattei, primo presidente dell’allora pubblico Ente Nazionale Idrocarburi, meglio noto come ENI.
Mattei fu figura cardine della politica energetica italiana del dopoguerra, nonché della politica e dei giochi di potere internazionali. Nato da famiglia povera, fu presto costretto a lavorare e le sue spiccate doti pratiche e di leader lo portarono presto a dirigere una conceria. Affamato di nuove esperienze andò a Milano e si interessò di chimica. La vita lo avrebbe portato ancora più in là, facendolo passare nei ranghi partigiani antifascisti durante la guerra. All’indomani dell’uscita dal conflitto riprese il suo operato e nel luglio del 1945 nella sede dell’AGIP di Milano fu messo a parte di un segreto ritrovamento di gas a Caviaga nella Valle Padana.
Determinato com’era, una volta salvata l’AGIP dalla minacciata dissoluzione, sacrificò tutte le sue forze per garantire all’Italia l’indipendenza energetica, conscio del fatto che chi governa le fonti e l’approvvigionamento energetico di un paese ne governa lo sviluppo e la politica. Avversato dalla quasi totalità della classe governativa italiana, all’epoca supina esecutrice delle decisioni prese oltre Atlantico e molto influenzata dai circoli industriali lombardi, cionondimeno riuscì a trovare gli agganci giusti facendo leva sulle amicizie strette durante l’attività partigiana svolta durante la guerra e convincendo De Gasperi a favorire i suoi progetti. Così, nel 1953 nasce il gruppo ENI, comprensivo delle società AGIP, SNAM e ANIC, che si sarebbe affacciato sul mondo del mercato energetico. Fra le varie calunnie e le guerre dai toni scandalistici intentate ai suoi danni sui giornali, l’ENI attraversa una serie di tappe che portarono il gruppo alla ribalta. Fra le tante troviamo gli accordi stipulati con l’Iran che ruppero per la prima volta in maniera netta la morsa monopolistica del cartello internazionale, l’entrata in competizione con Edison e Montecatini nel campo della chimica dei fertilizzanti, la costituzione di AGIP Nucleare che portò in Italia la tecnologia Magnox del reattore di 200 MW elettrici di Latina, il tentativo di entrare nell’affare della guerra civile algerina per accedere al petrolio sahariano e gli accordi con il blocco sovietico per la fornitura di greggio – manovra quest’ultima imperdonabile, che costò a Mattei l’accusa di favoreggiatore del bolscevismo, come aveva già ricevuto quella di nostalgico del ventennio per la sua convinzione che indipendenza economica e politica fossero connesse e fondamentali per un paese.
È evidente che Mattei fu una vera e propria spina nel fianco per i consolidati gruppi di interesse energetici, tanto quanto fu uno strenuo difensore della sovranità politico-energetica italiana. Fu un uomo importante, definito “l’italiano più potente dopo Giulio Cesare” o – sprezzantemente – “l’imperatore della Repubblica”; un uomo che arrivò a scomodare l’amministrazione Kennedy per la questione del commercio con l’URSS, che migliorò i rapporti con i paesi medio-orientali e pose le basi per proficue collaborazioni future; che soprattutto si oppose all’unificazione mondiale delle politiche monopolistiche di prezzo. Una figura tanto influente non può essere allontanata dai riflettori della storia per timore che dietro l’impietoso assassinio di cui fu vittima nel cielo di Bascapè (Milano) il 27 ottobre del 1962 si annidi l’ombra dei potentati petroliferi internazionali che allora governavano la scena.
Abbiamo già detto che la paura non può arrestare la ricerca della verità nonostante che ciò arrechi danno all’immagine delle temibili “sette sorelle”; ma più specificatamente alle figure di John Davidson Rockfeller III e dei grandi banchieri ebraici fra cui spiccano i Rotschild di Parigi, oltre ai membri responsabili delle poche restanti compagnie non direttamente influenzate dai suddetti.
Si è scritto assassinio, perché dietro le ipocrisie sappiamo tutti che di questo si trattò: la tesi del complotto ai danni di Mattei non può che essere accettata come la più probabile, date le premesse. Si pensi che Mattei l’8 gennaio 1962 sfuggì ad un primo attentato per manomissione del bireattore personale che era solito trasportarlo da una città all’altra, e già in precedenza subì minacce di morte da parte dell’associazione terroristica francese OAS (Organisation Secrète de l’Armée) a seguito del rifiuto di associarsi alle “sette sorelle” nello sfruttamento delle risorse petrolifere sahariane dell’Algeria. In un’intervista concessa nel 1968 a Franco Mazza del settimanale Famiglia Cristiana il fratello Italo Mattei afferma chiaramente che sull’ormai defunto Enrico incombeva il presentimento di una tragica fine. Pensiero confermato a più riprese dalla moglie di Mattei. Si aggiunga poi che l’aereo esplose in volo e non precipitò, come testimonia un contadino della zona di Bascapè, per non parlare di testimoni che videro tre individui armeggiare poco prima dell’ultimo volo intorno al bireattore di Mattei, dopo che il pilota fu allontanato con un pretesto: tutte conferme dell’intenzione dolosa che spinse i mandanti ad architettare la morte di questo grande italiano.
Mandanti che a detta di Fulvio Bellini e Alessandro Previdi, autori de L’assassinio di Enrico Mattei, non possono che individuarsi nelle “sette sorelle” e nel loro “organo esecutivo”: la CIA. Accuse pesanti ma ben motivate nell’approfondita ricerca giornalistica propinataci dai due coraggiosi giornalisti a distanza di pochi anni dall’accaduto (la prima edizione risale al 1970).
È con rammarico che constatiamo l’omertà dello stato italiano sulle cause della scomparsa di un uomo simbolo della rinascita energetica italiana. D’altra parte dovremmo rammaricarci di così tante omissioni da parte di governi “sovrani” (le virgolette sono d’obbligo) – non solo italiani – su argomenti di politica interna ed estera, che sarebbe triste doverle ricordare tutte, tanto più che recentemente di casi analoghi ce ne sono fin troppi e ogni anno porta con sé il suo abituale bagaglio di menzogne e omissioni (per tirare in ballo quella più fresca: quanto sarà vero che Assad abbia usato armi chimiche? Ricordano quelle di Saddam). Come tanti altri, il caso Mattei è stato abilmente addomesticato dai maestri della censura e poi gettato nel dimenticatoio del popolo italiano dalla corta memoria.
Si è volutamente trascurato l’ambito più propriamente tecnico dell’operato di Mattei e dell’ENI non solo per dar risalto alla storia, ma anche per la preminenza che ha l’idea di una grande mente rispetto alla realizzazione tecnica che ne consegue. Questa gerarchia si trova anche in un ingegnere, nella misura in cui vuole essere libero di mettersi al servizio della propria comunità, non come una sterile macchina volta al profitto ma come un risolutore intelligente, portatore di una visione del mondo, alla stregua di Mattei.

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