L'Italia è un paese per vecchi

italyflag.gifDove sono finiti i giovani? Nel nostro Paese regna la gerontocrazia tanto nella politica quanto nell’università: gli under 35 non occupano – se non in rarissime eccezioni – posizioni di potere e/o di responsabilità e non possono aspirare a concorrere per un ruolo di leadership, come invece avviene nella maggior parte delle economie avanzate del resto del mondo. Né tantomeno aspirare a salire in cattedra, a meno che non abbiano il giusto cognome e ottime entrature.
Nel recentissimo rapporto del Forum nazionale giovani e del Cnel – presentato ieri a Roma – si evidenzia un deficit democratico ai danni dei giovani e della loro rappresentanza in Parlamento: dal 1992 a oggi i deputati under 35 non hanno mai raggiunto il 10% (a eccezione della legislatura 1994-96), e attualmente alla Camera sono solo il 5,6%.
In pratica è in atto una vera e propria “deriva gerontocratica”, denuncia la ricerca, perché se i 25-35enni costituiscono il 18,7% della popolazione maggiorenne, il loro peso parlamentare è meno di un terzo (5,6%).
Se si passa dal seggio alla cattedra la musica non cambia: i docenti giovani nell’università italiana sono davvero merce rara. Lo studio mostra che l’età media dei docenti universitari è di 51 anni. Ma altri dati, secondo i ricercatori, offrono in pieno “la misura della deriva gerontocratica” dell’università italiana: la metà dei professori di prima fascia ha superato i 60 anni e circa 8 docenti su 100 hanno compiuto 70 anni. I giovani sono solo il 7,6% (su 61.929 docenti e i ricercatori) se si considerano quanti non hanno più di 35 anni. Di questi però la stragrande maggioranza ricopre la qualifica più bassa della gerarchia accademica: i giovani ricercatori, infatti, sono 4.374, i professori associati 311 e gli ordinari solo 21.
E proprio in questi giorni il ministro della Gioventù Giorgia Meloni sta valutando se inserire nella riforma costituzionale o se fare un ddl autonomo di una proposta di legge già scritta. Il tema le sta molto a cuore: l’ampliamento dell’elettorato per far coincidere in Parlamento quello attivo e quello passivo, cioè – in pratica – consentire anche ai diciottenni di essere eletti come deputati, dal momento che a quell’età acquisiscono il diritto di voto. Con l’intento di far appassionare alla politica una larga fascia, appunto i giovani, le cui istanze non trovano espressione in Parlamento.
Questo perché: «C’è un problema di rappresentanza politica dei giovani nel nostro Paese – sottolinea il più giovane ministro della storia repubblicana – e per questo penso che occorra sostenere i meccanismi di partecipazione. Perché la fascia di età 18-25 anni non può essere rappresentata in Parlamento sebbene possa votare?». La Meloni rimarca come in Italia ci siano 27 mila giovani amministratori locali, «tutti eletti con il voto di preferenza», meccanismo che il ministro ha detto di sostenere. «Io sono per il voto di preferenza – ha aggiunto – ma è diverso parlare di una campagna elettorale in un piccolo Comune e una campagna per le europee, perché nel secondo caso ci vuole una grande disponibilità economica che spesso i giovani non hanno».

Manuel Massimo

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