Elezioni 2018, Matteo Renzi si dimette da segretario del Pd: "Mai stampella delle forze antisistema"

Matteo Renzi durante la conferenza stampa al termine delll’incontro sulla legge elettorale con Silvio Berlusconi nella sede del PD a largo del Nazareno, Roma, 18 gennaio 2014. ANSA/MASSIMO PERCOSSI

“Sconfitta netta che impone di aprire una pagina nuova del Partito Democratico”, lo ha detto Matteo Renzi in conferenza stampa al Nazareno, per poi confermare quanto trapelato nella giornata: “Mi dimetto da segretario”. E ancora, dopo aver ringraziato i militanti, ha ricordato l’obiettivo opposizione: “Il Pd e’ nato contro i caminetti, non diventera’ la stampella di forze antisistema. Si parla spesso di forze responsabili. Saremo responsabili e la nostra responsabilita’ sara’ di stare all’opposizione”. Un discorso molto simile a quello del post referendum. “Non c’e’ nessuna fuga – ha detto l’ormai ex segretario -. Terminata la fase dell’insediamento del Parlamento e della formazione del governo, io faro’ un lavoro che mi affascina: il senatore semplice, il senatore di Firenze, Scandicci, Insigna e Impruneta”. Dimissioni si, ma solo a parole, perché l’ex segretario Dem ha preso tempo fino al congresso, scatenando, com’era prevedibile i suoi detrattori interni. 
“La decisione di Renzi di dimettersi e contemporaneamente rinviare la data delle dimissioni non è comprensibile. Serve solo a prendere ancora tempo” dice il capogruppo Pd al Senato Luigi Zanda, franceschiniano. “Le dimissioni di un leader sono una cosa seria: o si danno o non si danno – spiega in modo più chiaro – E quando si decide, si danno senza manovre”. Il tono è quello della dichiarazione di guerra: “In un momento in cui al Pd servirebbe il massimo di quella collegialità che è l’esatto opposto dei cosiddetti caminetti, annunciare le dimissioni e insieme rinviarne l’operatività è impossibile da spiegare. Quando Veltroni e Bersani si sono dimessi lo hanno fatto e basta. Un minuto dopo non erano più segretari“. 

Una discorso contro i “caminetti politici” di chi, all’interno del Pd, vorrebbe isolarlo. Rivendicando poi quelli che secondo lui sono i risultati degli ultimi due governi: “Restituiamo le chiavi di casa con una casa in ordine e tenuta bene: il Pil è aumentato, i posti di lavoro sono aumentati di un milione, i consumi sono aumentati – afferma -. Siamo orgogliosi dei risultati e siccome vogliamo bene all’Italia speriamo che chi sembra pronto ad assumere la responsabilità del governo possa fare meglio, faremo una opposizione leale”. E sulla possibilità di un governo con i 5 Stelle, come paventanto nelle scorse ore, è perentorio: “Diciamo tre no: no agli inciuci, no ai caminetti: l’elemento costitutivo del Pd sono le primarie, no agli estremisti’. 
Centrodestra al 37,2%, M5s al 32,5%, centrosinistra al 22,8%. E’ la fotografia dell’Italia, scattata sui voti alla Camera, quando i dati sono quasi definitivi (mancano meno di mille sezioni da scrutinare). Nessuna coalizione ha la maggioranza per governare, ma i dati sono chiari. Il Movimento 5 Stelle è ampiamente il primo partito, con risultati al Sud che ricordano quelli della Dc degli anni ’60; la Lega di Salvini al Nord cancella i numeri di quella di Bossi, in generale stacca di oltre 4 punti Forza Italia e porta il centrodestra alle soglie (anche se non oltre) di una maggioranza autosufficiente. 
 

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