Effetto Covid-19, oltre un milione di ragazze fuori dalla scuola e senza un lavoro

Ci sono le zone rosse del contagio, che tutti contiamo di dimenticare in fretta. E poi ci sono le zone rosse della povertà educativa, che invece sono destinate a pesare a vita in chi le abita. Un minore su nove, nel nostro Paese, viveva in condizioni di povertà assoluta già prima della pandemia. Poi il Covid-19 ha fatto sparire dai radar delle scuole centinaia di migliaia di studenti. Ora le lezioni a singhiozzo e le opportunità formative assottigliate rischiano di creare un esercito di svantaggiati. Soprattutto donne: 1 milione 140 mila ragazze fuori dallo studio, dal lavoro e da qualunque percorso di formazione.

Saranno soprattutto loro a pagare il conto, perché la pandemia è un moltiplicatore di diseguaglianze che picchia più duramente dove la ferita è già aperta. A dirlo è Save the Children che, alla vigilia della giornata mondiale di venerdì, pubblica il suo undicesimo “Atlante dell’Infanzia a rischio”. “Con gli occhi delle bambine” è il titolo del rapporto. Occhi che avranno bisogno di vedere da soli la strada per il riscatto, perché il sistema scolastico non riesce a fare la sua parte.

Teacher and children with face mask back at school after covid-19 quarantine and lockdown, writing.

C’è un’espressione che basta a sancire il fallimento della scuola come antidoto al gender gap: “L’illusione della parità”, come la definisce Raffaella Milano, direttrice dei programmi Italia-Europa di Save The Children. “Sì, a scuola nelle ragazze si crea il miraggio dell’uguaglianza – spiega – perché in quel contesto c’è una condizione di parità con i coetanei. Ma le aspettative si infrangono al primo confronto con il mondo del lavoro. E alcuni segnali si registrano già nei primi anni di scuola, ad esempio con il progressivo allontanamento delle bambine dalle materie scientifiche. Servono interventi mirati, per promuovere tra le bambine e le ragazze l’acquisizione di fiducia nelle proprie capacità in tutti i settori”.

Il rischio di rinunciare ai propri sogni è altissimo. È un limbo in cui già oggi è intrappolata una ragazza su quattro, con picchi che si avvicinano al 40% in Sicilia e in Calabria, e che vede un gap anche nei territori più virtuosi, come il Trentino Alto Adige, dove a fronte del 7,7% dei ragazzi, le ragazze inattive sono quasi il doppio (14,6%). Divari di genere che si ripercuotono anche sul lavoro, con un tasso di mancata occupazione tra le 15-34enni che raggiunge il 33% contro il 27,2% dei giovani maschi. E le ragazze Neet (non studiano e non hanno né cercano un lavoro) sono il 24,3%, contro il 20,2% dei maschi.

L’istruzione resta un fattore “protettivo” per i traguardi futuri, ma anche le giovani che vanno all’università stanno pagando cara la crisi: tra le neolaureate del primo semestre 2019, solo il 62,4% ha trovato lavoro, con un calo di 10 punti percentuali rispetto al 2019, mentre per i maschi – pur penalizzati – il calo è di 8 punti (dal 77,2% al 69,1%), con retribuzioni superiori del 19%. E tutto questo nonostante le ragazze si laureino più dei maschi e, in generale, abbiano risultati migliori a scuola. Le periferie educative naturalmente non sono solo del sesso femminile. Daniela Fatarella, direttrice generale di Save The Children, usa l’immagine drammatica «di un’intera generazione da proteggere», per le diseguaglianze formative deflagrate nei mesi della pandemia. Parole che fanno molto riflettere sui sacrifici che l’emergenza ha suggerito di imporre alla scuola. Tra i limiti delle lezioni a distanza e della didattica digitale e lo scollamento tra scuola e famiglie, si riaffacciano scene d’altri tempi: “Dai territori riceviamo segnalazioni di bambini e ragazzi che spariscono dai radar delle scuole: è necessario intervenire subito nelle zone rosse della povertà minorile e della dispersione per affrontare una doppia crisi, sanitaria ed educativa” afferma Raffaella Milano.

E’ un buco, quello formativo, che si può creare in pochi mesi, ma che poi è destinato a restare per una vita. In un’epoca in cui anche nelle democrazie occidentali, e soprattutto in Italia, l’ascensore sociale si è inceppato. “Si è rotto il meccanismo che permetteva di migliorare la propria condizione – sottolinea ancora Fatarella – L’Italia da anni aveva già messo l’infanzia in coda  alle proprie priorità e ora, di fronte a una sfida sanitaria e socioeconomica come quella che stiamo affrontando, stenta a cambiare strada mettendo i bambini e gli adolescenti al centro delle politiche di rilancio”.

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