Crisi di impresa, usiamo le università

Se c’è una cosa che sta diventando molto complicata è la gestione delle crisi. Una volta che si aprono, dall’Ilva all’Alitala, dall’Embraco alla Whirlpool, alla Safilo (con tutte le evidenti differenze tra i casi), diventa molto difficile gestirle. Questione non solo di regole ma di mercato, che sta cambiando molto più rapidamente di qualche anno fa. Ecco, per questo 2020 una vera urgenza sarà la capacità non tanto di arrivare a prevedere le crisi (cosa forse impossibile), ma di intercettare il più rapidamente possibile i segnali, le incrinature, le direzioni nelle quali i settori industriali stanno andando. E per fare questo, ora che si parla tanto di sostenibilità, bisogna far sì che il monitoraggio da parte delle istituzioni, locali e nazionali, delle banche, e dello stesso sistema imprenditoriale diventi ancora più efficace. Perché non utilizzare le Università come una grande rete di connessione per misurare lo stato di salute dei settori e dei distretti? Non può esistere un algoritmo delle crisi, ma certo se il ministero dello Sviluppo economico deve seguirne 149, e di queste pochissime riescono a tornare in bonis, allora qualcosa non funziona. Forse bisognerebbe fare qualche riflessione anche sui cosiddetti Utp (unlikely to pay), quelle situazioni debitorie difficili che però se gestite, potrebbero portare a un ritorno sul mercato delle aziende coinvolte. Sono necessarie maggiori competenze in questi settori: forse servirebbe un sistema di formazione di specialisti capaci di ristrutturare, riconvertire, rilanciare le aziende in difficoltà. Se servono i manager dell’innovazione, sono altrettanto necessari i manager dei cambiamenti. Di tanto in tanto alla Cassa depositi e prestiti, viene chiesto di occuparsi di alcuni di questi dossier, immaginando che possa reindossare i panni di un ente che in pochi mostrano di ricordare, la Gepi (Gestione delle partecipazioni industriali). Per la verità non fece solo danni, dal momento che qualche studioso ha stimato in 176 i risanamenti, ma la sua funzione si è esaurita in un mercato che viaggia alla velocità dei bit. Però l’esigenza resta. E forse la logica commissariale non è sempre lo strumento più adatto per il risanamento delle imprese. È anche per questo che i sensori devono scattare prima che il tema diventi soprattutto quello di riuscire a tenere il passo con le richieste dei creditori.
corriere.it

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