Ajello: "Uniformare INVALSI e Maturità". SEI D'ACCORDO?

Gli studenti durante la terza prova scritta dell’esame di Maturità al Liceo Massimo D’Azeglio, Torino, 25 giugno 2012 ANSA/ ALESSANDRO DI MARCO

Come affrontare la “questione meridionale” di fronte ai risultati della Maturità? Se ne sta parlando molto, dopo la pubblicazione degli esiti dell’Esame di Stato. A intervenire nel discorso pubblico ci pensa Anna Maria Ajello, presidente dell’INVALSI, in una lettera pubblicata sul Corriere della Sera. La novità più grande riguarda il modo stesso di affrontare la prova: “Per evitare le incongruenze tra i risultati della Maturità e degli INVALSI – scrive Ajello – sarebbe necessario far svolgere agli studenti una prova unica, con criteri di correzione espliciti e condivisi, mediante il computer. In tal modo si elimina la correzione da parte dei docenti, che negli altri livelli scolari lamentano spesso questo sovraccarico di lavoro per la correzione delle prove INVALSI, e nello stesso tempo si disporrebbe di risultati attendibili, utili anche per integrare i criteri di accesso usati dalle diverse Università”.

Ecco la lettera nella sua versione integrale

“Ogni anno la pubblicazione dei dati relativi ai voti degli studenti italiani alla maturità suscitano perplessità e talora polemiche per il largo divario che si rileva tra gli esiti degli studenti del nord e gli esiti di quelli meridionali; questi ultimi ricevono in genere voti più alti e i 100 e lode sono molto più numerosi. Si attribuisce questa differenza non ad un miglior rendimento degli studenti meridionali –non documentato da altre prove precedenti, come quelle INVALSI ad esempio – ma a criteri più generosi dei docenti, i quali «premiando gli studenti» finiscono anche per gratificare sé stessi.

La soluzione che si propone – a cui fa riferimento l’intervento su questo giornale di Roger Abravanel – per evitare queste incongruenze che rendono di fatto poco attendibili i voti della maturità, è quella di far svolgere agli studenti una prova unica con criteri di correzione espliciti e condivisi, mediante il computer. In tal modo si elimina la correzione da parte dei docenti, che negli altri livelli scolari lamentano spesso questo sovraccarico di lavoro per la correzione delle prove INVALSI, e nello stesso tempo si disporrebbe di risultati attendibili, utili anche per integrare i criteri di accesso usati dalle diverse Università. Come INVALSI non possiamo che concordare con questa soluzione e ringraziamo per il riconoscimento della serietà del lavoro del nostro istituto.

Sin qui i termini del problema e della possibile soluzione. Ma fermarsi a questo significa non considerare in modo più analitico la questione meridionale sul versante dell’istruzione.

Quest’anno, come si sa, le prove INVALSI sono state utilizzate da alcuni come strumento di lotta politica rispetto al varo della legge sulla Buona Scuola, ma non possiamo non richiamare i progressi che in anni precedenti ad esempio, si erano registrati in Puglia proprio sulle competenze misurate dalle prove INVALSI, né possiamo ignorare che il 27,56 del campione delle scuole siciliane, pur in una temperie così tumultuosa, ha svolto le prove INVALSI in seconda secondaria di secondo grado, che è il livello in cui si sono registrate le maggiori defezioni.

Si tratta, in altre parole, di distinguere e analizzare provincia per provincia i risultati delle scuole per poter sostenere quelle che si sono incamminate verso un itinerario di miglioramento e di individuare quelle che rimangono in situazioni di stallo. Una simile analisi è un atto dovuto perché soltanto in tal modo si possono predisporre strumenti di intervento – da sottoporre a loro volta ad una adeguata verifica della loro efficacia – per poter garantire ai giovani meridionali non un voto come «guscio vuoto» per dirla nei termini di Tullio De Mauro, ma l’acquisizione di competenze di cittadinanza come sono quelle relative alla comprensione della lettura e alla matematica quotidiana, attualmente non raggiunta da molti di loro. Considerare i risultati del meridione nel loro insieme, senza distinzioni, rischia di non riconoscere gli sforzi che diversi docenti realizzano anche in condizioni di estrema difficoltà; e questo non giova né a loro né al resto del Paese”.

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