Seggi elettorali, Cittadinanzattiva: “L’88% ancora nelle aule. E la maggior parte dei comuni non vuole spostarli”. L’appello

Le amministrazioni che hanno deciso di continuare a votare nelle scuole lo fanno per diversi motivi. In primis, la mancanza di luoghi pubblici o privati aventi le caratteristiche richieste. Cioè: senza barriere architettoniche, con servizi igienici e spazi per alloggiare le forze dell’ordine e in prossimità dell’elettorato resident

“Stop ai seggi elettorali nelle scuole”: è l’appello dell’associazione Cittadinanzattiva, che in questi giorni ha presentato alla Camera i risultati di un report rivolto agli oltre mille comuni che andranno ad elezione a giugno. Ad oggi, in nove casi su dieci, gli elettori votano ancora nelle scuole. Secondo i dati del ministero dell’Interno, sul territorio nazionale l’88% dei 61.562 seggi elettorali si trova nelle aule. In particolare, il 75% circa dei fabbricati che ospitano uno o più seggi sono edifici destinati alla didattica. Nelle amministrative del 20 e 21 settembre 2020 (che coinvolgevano 471 Comuni per 1464 sezioni elettorali) era stata avviata un’ iniziativa per cercare sedi diverse dagli istituti, viste le difficoltà che la pandemia aveva creato all’anno scolastico, ma solo 62 amministrazioni avevano deciso di mandare gli elettori a votare in un luogo differenti dalle consuete classi. Secondo il sondaggio eseguito invece, al quale hanno risposto 191 Comuni (19%) di 17 regioni, a prevedere lo spostamento di tutte o di una parte delle sezioni elettorali sono 16 sindaci (8%), mentre 62 (cioè il 33%) lo hanno già realizzato. Al contrario 113 realtà, cioè il 59%, non intendono cambiare nulla dello status quo.

I comuni preferiscono i seggi a scuola

Cittadinanzattiva ha interpellato vari comuni che hanno deciso di continuare a votare nelle scuole lo fanno per diversi motivi. In primis, la mancanza di luoghi pubblici o privati aventi le caratteristiche richieste. Cioè: senza barriere architettoniche, con servizi igienici e spazi per alloggiare le forze dell’ordine e in prossimità dell’elettorato residente. Una motivazione condivisa da città come Verona, Catanzaro, Lecce, Sciacca e tante altre. L’altra ragione è legata ai costi per la realizzazione e la manutenzione di altre soluzioni o l’affitto d altri edifici. Basti pensare, ad esempio, che il Comune di Noventa Piave ha deciso di utilizzare strutture mobili da allestire per ogni consultazione elettorale, al costo di circa 13mila euro a votazione. Ma non mancano nemmeno gli impedimenti burocratici come la modifica della toponomastica delle sedi elettorali e la stampa delle tessere elettorali. Qualche sforzo è stato fatto da parte dello Stato ma non basta. Nel 2021, era stato istituito un fondo di due milioni di euro – proposto dagli onorevoli Giuseppe Brescia, Vittoria Casa e Lucia Azzolina. Una cifra non sufficiente a convincere i sindaci a fare una svolta.

Gli esperimenti di Cittadinanzattiva

“Le sperimentazioni realizzate in autonomia da alcuni comuni negli anni scorsi o quelle sostenute grazie al contributo pubblico stanziato per la prima volta un anno fa, dimostrano – spiega Anna Lisa Mandorino, segretaria generale di Cittadinanzattiva – un’attenzione crescente da parte delle amministrazioni anche se il numero complessivo delle richieste resta ancora basso. Per proseguire su questa strada occorre quindi prevedere, da parte del governo, ulteriori stanziamenti ad hoc e da parte dell’Anci continuare a sensibilizzare i comuni perché si facciano promotori di questa campagna”. Mandorino solleva anche una criticità: “Chiediamo che il ministero dell’Interno e le prefetture facciano un’operazione di trasparenza sui due milioni stanziati lo scorso anno, rendendo noti i comuni che hanno effettivamente realizzato lo spostamento, sui fondi utilizzati a tal scopo e su quelli avanzati, sulle sedi alternative trovate così come sui motivi e gli eventuali intoppi che hanno impedito altrove lo spostamento dei seggi”.

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