A scuola di social media: l’intervista di CorriereUniv

Stefania Capogna

“A scuola di social media” è un lavoro di ricerca teorico-empirica che si focalizza sul ruolo che l’istituzione educativa può deve svolgere nella nuova società della rete che fa intravedere rinnovate configurazioni sociali attraverso cui la comunità può esprimersi. Il lavoro è indirizzato a tutti coloro che intendono comprendere il modo in cui si è trasformato il concetto e la pratica della comunicazione con lo sviluppo delle tecnologie mass-mediali, attraverso l’evoluzione di quella che viene oggi definita “network society” ma è rivolto anche a formatori e insegnanti interessati sia a scoprire pratiche didattiche emergenti, sperimentate all’interno dei nuovi spazi tecno-sociali, sia la relazione tra capitale culturale, codici comunicativi e nuove tecnologie massmediali, che richiamano la drammatica questione del digital divide.

A parlarci di questo importante tema è la Professoressa Stefania Capogna, Counselor Filosofico, Esperta di orientamento e analisi delle competenze. Studiosa dei processi educativi, comunicativi, formazione e distance learning.

 

Come è cambiata  la comunicazione con l’avvento delle nuove tecnologie?

Con lo sviluppo delle nuove tecnologie e dei media di ultima generazione la comunicazione è diventata facilmente accessibile e aperta a chiunque e in ogni luogo. Qualcuno arriva a parlare addirittura di comunicazione “democratica” in quanto cambia completamente gli assetti della relazione tra chi comunica e chi riceve la comunicazione. Se nell’ambito di una comunicazione tradizionale siamo abituati ad una certa distanza tra questi due poli della relazione, che in sistemi rigidi può essere di tipo top-down e unidirezionale, con l’affermazione di Internet e dei mobile sul larga scala, assistiamo ad una comunicazione di tipo paritaria, orizzontale e “reticolare”, dove ciascuno, può essere connesso sempre, e ovunque, a tutti, per mezzo di un link. Cambia quindi inevitabilmente il nostro modo di accedere, conoscere e scoprire il mondo, perché il web introduce la “società dell’informazione e della conoscenza”, offrendo possibilità prima inimmaginabili ad un così alto numero di persone.

Cambia il modo di stare in relazione con le persone perché si ridefiniscono gli spazi della comunità, non più intesa solo in termini di una continuità fisico-spaziale ma estesa ad elementi di appartenenza giocati sulla base di affinità espressive, intellettive, ideologiche ecc.. La rete diventa quindi anche il luogo dove osservare dimaniche comunitarie che si sviluppano seguendo regole di comportamento e di interazione diverse a seconda dell’ambiente “tecno-sociale” in cui si sviluppa. Il libro presenta diversi esempi a tal riguardo oltre ad un tentativo di illustrare come si è evoluto il concetto di comunità con l’affermarsi delle nuove tecnologie.

 

In che modo dovrebbero essere utilizzate le tecnologie?

Il primo scoglio da superare è quello di utilizzare le tecnologie senza preconcetti. Le tecnologie sono strumenti, nel caso delle tecnologie della comunicazione sono ormai veri e propri “ambienti”, quindi non sono né buone né cattive. La differenza sostanziale è nell’uso che ne facciamo che non deve mai essere acritico. E’ importante sviluppare consapevolezza del nostro agire in rete, perché tutto quello che facciamo resta “tracciato” e contribuisce a costruire la nostra esperienza del mondo e l’immagine che abbiamo, e che offriamo, di noi stessi. Molto spesso non abbiamo sufficiente consapevolezza del mezzo che usiamo e di come lo utilizziamo, questo è particolarmente vero nei più giovani, tanto è vero che è in crescita l’allarme delle ludopatie e di fenomeni di dipendenza da questi strumenti.

Il percorso di avvicinamento e sviluppo di un approccio critico e consapevole è frutto di un processo di socializzazione al mezzo, e crescita personale rispetto ad esso. Il problema che registriamo ancora oggi è dato dal fatto questo percorso è interamente sulle spalle del soggetto (a tutte le età). I ragazzi imparano a navigare fuori dai circuiti educativi e, spesso, senza alcuna mediazione da parte di adulti significativi di riferimento.

Il lavoro sistematico di osservazione realizzato in rete ha consentito di rielaborare le tappe attraverso cui avviene questo processo di socializzazione, mettendo in evidenza anche il disagio e i rischi connessi a questa solitudine.

 

La tecnologia, spesso, può diventare un’arma a doppio taglio. E’ d’accordo?

Penso che l’approccio migliore sia fondato su un sano e consapevole equilibrio. Non bisogna demonizzare né “santificare” la rete. Essa non può essere la panacea per ogni problema della scuola ma non è nemmeno innocua. Serve un approccio aperto alla sperimentazione, equidistante e critico in modo da valutare effettivamente i risultati dei processi che attiviamo e rettificare l’azione qualora si renda necessario.

VB

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