L'ateneo del vicino è sempre più verde

L’Università italiana è malata, ma non va del tutto a rotoli, come qualcuno potrebbe farci pensare. È vero, ci sono carenza di funzionamento e di risultati, ma comunque non è peggio di quelle dei nostri vicini europei: anche oltralpe, infatti, fanno i conti con i problemi di casa nostra. Il fatto è, semmai, che altrove si adottano soluzioni radicalmente diverse da quelle che vanno facendosi strada nel nostro Paese.
Lo sostiene un gruppo di ricercatori dell’Università degli Studi di Milano, coordinato dal professor Marino Regini, che ha recentemente realizzato uno studio dal titolo “L’università malata e denigrata: un confronto con l’Europa”, comparando i sistemi universitari dei sei maggiori paesi del vecchio continente: Gran Bretagna, Germania, Francia, Spagna e Olanda, oltre all’Italia.
Lo scopo era quello di verificare i dati su cui si fondano le critiche che vengono mosse al sistema nostrano. Ebbene, l’università italiana soffre, ma non è affatto da buttare. E i dati reali mostrano che le accuse rivolte agli atenei sono, in alcuni casi, infondate. La ricerca ha preso in esame 5 punti fondamentali: la proliferazione eccessiva dell’offerta formativa, la scarsa produttività degli atenei, il sistema di reclutamento e le “baronie”, la spesa eccessiva caratterizzata da sprechi e inefficienze, la mancanza di attenzione alle necessità del mondo del lavoro.
Emerge allora che, per esempio, il numero dei corsi di laurea italiani è inferiore a quello presente in Germania (5.500 contro i quasi 9 mila). E ancora: il numero di atenei per milione di abitanti in Italia è all’incirca in linea con quello degli altri paesi europei considerati. Mentre, che dire del fatto che l’Olanda, il paese che possiede forse il miglior sistema universitario europeo, presenta una media di 75,9 corsi di studio per ateneo contro la media italiana di 68,5? O, che sempre in questo paese, vi sono 96 corsi di laurea con meno di 16 iscritti, 12 dei quali con un solo iscritto e altri 14 con 2 iscritti?
Le sorprese non mancano anche quando si considera il livello di qualità universitaria. La percentuale di atenei italiani presenti nelle principali classifiche dei primi 500 atenei del mondo o dei primi 250 atenei europei è superiore a quella delle università spagnole e francesi. Certo, in altri frangenti i problemi sono ben più evidenti.
Nel caso delle “baronie”, infatti, si legge nel documento che “è stata indubbiamente sbagliata la politica di quelle università che hanno privilegiato la carriera interna dei docenti già affermati rispetto al reclutamento di giovani”. Inoltre, c’è da dire che il sistema universitario italiano è meno finanziato di quello degli altri paesi avanzati. Ciò si traduce sia in minori risorse per studente, sia in un rapporto numerico tra docenti e studenti più alto. E siamo fanalino di coda per quanto riguarda il numero di dottori di ricerca per milione di abitanti: dai dati Eurostat emerge che in Italia siamo sotto i 150, contro i quasi 300 di Gran Bretagna e Germania. Per cambiare pagina, allora, servono interventi mirati e veloci.

Manuel Massimo

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