La società corre, l'università arranca

Questa volta la critica al sistema accademico italiano non proviene, come spesso accade, dall’esterno o dall’alto. A pronunciare una “stroncatura” senza appello del concetto stesso di università come “microcosmo élitario” ci ha pensato un professore: «È chiaro che oggi le facoltà sono strutture che non hanno più ragione di esistere, sono figlie dell’Ottocento quando c’era una società molto diversa: sono strutture che tendono a conservarsi e autotutelarsi».
Lo ha detto Francesco Pennacchi, presidente della Conferenza permanente dei Presidi delle Facoltà di Agraria, alla giornata di studio organizzata a Firenze dall’Accademia dei Georgofili. «È evidente – ha proseguito – che l’evoluzione del nostro sistema universitario nazionale non procede alla stessa velocità rispetto a quelle che sono le esigenze della società. Non è un caso che il ministero stia ragionando all’ipotesi di realizzare scuole che sostituiscano le facoltà e i dipartimenti».
«Le ombre del nostro sistema universitario – ha continuato – sono sì legate a problemi interni, ma dipendono anche da un sistema che non sta funzionando in generale: a livello nazionale assistiamo a un’indecisione del legislatore che non esiste in nessuna parte del mondo. Non si capisce quale deve essere il ruolo dell’università e diventa difficile comprenderlo con delle leggi cambiate periodicamente; qualche volta, una dice il contrario dell’altra. La riforma della didattica è stata cambiata tre volte in 10 anni, i criteri per il funzionamento ordinario delle università sono stati programmati e, in alcuni casi, mai applicati: questo non dipende dal sistema universitario, ma dal legislatore che non riesce a trovare un indirizzo sul ruolo delle università».

Manuel Massimo

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