Indagine AlmaLaurea 2015 sui dottori di ricerca: pochi, di alto profilo e con il futuro assicurato

Pochi, molto qualificati e con performance occupazionali brillanti: l’Indagine AlmaLaurea del 2015 fotografa le performance formative e professionali di circa 2.400 dottori di ricerca italiani. L’analisi, sebbene evidenzi il buon esito occupazionale dei dottori di ricerca già a un anno dal titolo, mostra che il mercato del lavoro nazionale non riesce a valorizzare appieno il percorso formativo e il potenziale professionale dei dottori.
Tali risultati emergono sia con riferimento allo storico e tuttora principale sbocco professionale dei dottori di ricerca, ossia l’insegnamento e la ricerca in ambito accademico che, come ha più volte evidenziato AlmaLaurea, sono caratterizzati da tempi lunghi di stabilizzazione contrattuale e valorizzazione professionale, sia in riferimento alle loro performance occupazionali all’interno del tessuto produttivo nazionale, dove il titolo di dottorato fatica tuttora ad essere apprezzato.
Alla base di questa mancata valorizzazione delle risorse umane più qualificate prodotte dal nostro sistema formativo ci sono alcuni tratti che caratterizzano il nostro Paese, rilevati in più occasioni dalle Indagini AlmaLaurea: tra questi, una forte prevalenza di piccole e micro imprese a gestione familiare, specializzate in settori a medio basso contenuto tecnologico, e il forte ritardo nei tassi di scolarizzazione della popolazione adulta, che si riscontra anche tra i manager (nel 2013 appena il 28% degli occupati italiani classificati come manager aveva completato tutt’al più la scuola dell’obbligo, contro il 12% della media europea a 15 paesi, il 19% della Spagna e il 5% della Germania). Tratti ai quali si associa una ridotta propensione delle imprese ad investire sia in capitale umano sia in R&S: nel 2012, in Italia, le risorse destinate a quest’ultima erano pari all’1,25% del prodotto interno lordo nazionale, contro il 3,80% della Finlandia, il 2,89% della Germania!
Non stupisce quindi che in Italia la percentuale di dottori di ricerca sia nettamente più bassa che nel resto d’Europa: su mille abitanti, la Finlandia ha 3,7 dottori di ricerca, la Germania 2,6, l’Italia solo 0,6.
“Non si tratta solo di investire più risorse finanziarie ma di modificare una cultura diffusa nel Paese, anche all’interno della classe imprenditoriale, che attribuisce scarso valore alla ricerca e alla conoscenza. Un passaggio che richiede cambiamenti a tutti gli attori coinvolti e una politica industriale coerente con quest’obiettivo” spiega il professore Francesco Ferrante, curatore delle Indagini AlmaLaurea.
IDENTIKIT DEI DOTTORI DI RICERCA – L’Indagine, analizzando le performance di studio e le motivazioni dei dottori di ricerca di cinque aree disciplinari – scienze di base, scienze della vita, ingegneria, scienze umane e scienze economico, giuridico e sociali – consente di tracciarne anche il profilo formativo.
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Ma quali sono le motivazioni alla base della scelta del dottorato di ricerca? I laureati che proseguono la formazione con il dottorato sono spinti soprattutto da interessi legati alle attività di studio e ricerca (38%), al miglioramento della formazione culturale (21%), o all’avvio della carriera universitaria (18%). Tendenza confermata all’interno delle diverse macroaree, tranne che per i dottori di ricerca nell’area delle scienze economico, giuridico e sociali, per i quali il desiderio di migliorare la propria formazione (26% contro il 21% del complesso dei neo-dottori) risulta particolarmente elevato.
Chi sono i dottori di ricerca? Le donne rappresentano il 53% del collettivo e sono più rappresentate nelle aree delle scienze umane (64%) e delle scienze della vita (63; sono la minoranza, invece, tra le scienze di base (41%) e ingegneria (37%). Tra i dottori è inoltre elevata la quota di cittadini stranieri, il 13% (contro il 4% registrato tra i magistrali biennali) e sono presenti soprattutto nelle aree delle scienze di base e ingegneria (rispettivamente pari al 15% e al 14%).
L’età media al conseguimento del titolo di dottore è pari a 33 anni, sale fino ai 34,4 tra i dottori nell’area delle scienze umane, mentre rimane entro i 32 anni tra i dottori nell’area dell’ingegneria (32,3) e delle scienze di base (31). L’indagine mostra inoltre che tra i dottori di ricerca, ancora oggi e più che tra i laureati, agisce una forte selezione sociale. Il 24% di chi sceglie di proseguire la propria formazione con il dottorato ha infatti entrambi i genitori laureati (contro l’11% dei laureati magistrali biennali del 2014); 33 dottori su cento hanno inoltre alle spalle una famiglia con uno status economico elevato (contro il 22%). In particolare provengono da contesti familiari più avvantaggiati i dottori delle scienze economico, giuridico e sociali (dove il 29% ha entrambi i genitori laureati e il 40% ha uno status sociale elevato), mentre la mobilità sociale è più elevata tra i dottori delle scienze della vita e delle scienze umane (rispettivamente il 22% e il 20% ha entrambi i genitori con laurea; il 30% e il 32 ha uno status sociale elevato).
CONDIZIONE OCCUPAZIONALE – Considerando anche coloro che sono in formazione retribuita, emerge infatti che a dodici mesi dal conseguimento del dottorato l’occupazione è pari all’87%, un valore decisamente superiore al 70% registrato tra i laureati magistrali indagati nel 2013. Solo il 10% è alla ricerca di lavoro, mentre la restante quota, pari al 4%, è composta da dottori che non lavorano né cercano lavoro. Il tasso di disoccupazione a un anno è pari all’8%, contro il più elevato 22% rilevato sul complesso dei laureati magistrali.
Anche la stabilità è buona: il lavoro stabile (contratti a tempo indeterminato e lavoro autonomo effettivo) coinvolge 39 occupati su cento, in particolare, grazie alla diffusione dei contratti a tempo indeterminato che caratterizzano quasi un quarto degli occupati. La precarietà coinvolge a un anno il 57% dei dottori: il 21% può contare su un contratto a tempo determinato e l’11,5% su un contratto parasubordinato; un altro 11% su assegni di ricerca, mentre l’8% su una borsa post-doc, di studio o di ricerca. Ad un anno, anche il guadagno mensile netto è di gran lunga superiore a quanto rilevato sui laureati biennali: i dottori di ricerca percepiscono in media 1.493 euro contro i 1.065 euro dei loro colleghi magistrali.
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Tuttavia non tutti i dottorati sono uguali: analizzando i dati relativi alle performance occupazionali dei dottori di ricerca nelle diverse aree disciplinari indagate emerge che raggiungono tassi di occupazione superiori alla media coloro che conseguono il titolo negli indirizzi delle scienze di base (89%), delle scienze economico, giuridico e sociali, delle scienze della vita e di ingegneria (88%), percentuale che scende, pur restando rilevante, all’81% per le scienze umane. Non stupisce pertanto che il tasso di disoccupazione, sia più elevato tra i dottori delle scienze umane (13%), mentre nelle altre aree si mantiene su valori molto più contenuti e inferiori al valore medio (8%).
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La stabilità lavorativa raggiunge il suo massimo tra i dottori nelle scienze economico, giuridico e sociali (52,5%, in particolare con contratti autonomi 27%) e in ingegneria (44%, in particolare con contratti a tempo indeterminato (24%). Il valore scende invece al 24% per i dottori nelle scienze di base, dove è elevata la quota di contratti non standard (29%) e di assegni di ricerca (15%). Come evidenziato più volte nei precedenti rapporti AlmaLaurea sugli esiti occupazionali dei laureati, la più modesta stabilità lavorativa è quasi sempre legata all’ambito di inserimento professionale: è quanto si riscontra anche tra i dottori di ricerca di scienze di base, i quali sono frequentemente inseriti nel ramo dell’istruzione, formazione e ricerca, i cui tempi di stabilizzazione contrattuale sono notoriamente lunghi.
I guadagni sono più elevati della media per i dottori nelle scienze della vita (1.732 euro) e nelle scienze di base (1.556 euro), mentre scendono al di sotto di 1.200 euro mensili netti per coloro che hanno conseguito il titolo nell’area delle scienze umane, dove pesa però l’elevata percentuale di occupati impiegati a tempo parziale (31,5% contro il 17% osservato sul complesso).
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I dottori di ricerca alla prova del lavoro – Il 44% a un anno lavora nell’ambito dell’istruzione e della ricerca, quota che raggiunge il 63% tra i dottori delle scienze di base e il 57% per quelli delle scienze umane. Il 14% è impiegato nella sanità, con punte del 41% per chi consegue il titolo nel campo delle scienze della vita. L’11% è impiegato nel ramo della consulenza, quota che tocca il 29% per i dottori di scienze economico, giuridico e sociali. Infine un 18% è inserito in un altro ramo dei servizi, in particolare i dottori delle scienze economico, giuridico e sociali (33%) scienze umane (26%). Di contro, il settore dell’industria assorbe solo il 9% degli occupati, con punte pari al 26% per i dottori di ingegneria e al 13% per quelli delle scienze di base, mentre scende al 3% tra i dottori di scienze umane e delle scienze della vita e al 2% tra quelli delle scienze economico, giuridiche e sociali.
Ma che professione svolgono? A dodici mesi dal titolo, il 47% dei dottori lavora nell’ambito della ricerca come ricercatore o docente universitario (22%) o svolgendo un’attività sostenuta da borsa/assegno di studio o di ricerca (25%); percentuale che sale al 67% e al 50% rispettivamente per i dottori che hanno conseguito il titolo negli indirizzi delle scienze di base e della vita.
Già ad un anno dalla conclusione degli studi, il 56% dei dottori di ricerca dichiara il titolo efficace, confermando così la buona corrispondenza tra studi svolti e professione svolta. Efficacia che sale al 64% per i dottori nelle scienze di base e al 58,5% per le scienze della vita, mentre scende al 54% tra le scienze umane e al 50% per quelle economico, giuridico e sociali. Resta vero che i dottori di ricerca, per tutti i percorsi indagati, sono soddisfatti del lavoro svolto: su una scala 1-10, la soddisfazione complessiva raggiunge un punteggio discreto, pari a 7,4; 7,6 tra i dottori nelle scienze di base e 7,5 tra quelli in scienze della vita. Scende lievemente a 7,1 per i dottori di scienze umane.
All’estero è meglio? A riprova che il nostro è un Paese che fatica a valorizzare il capitale umano più istruito, l’indagine mostra come la mobilità per motivi di lavoro cresce al crescere del livello di istruzione. Considerando i soli cittadini italiani, i dottori di ricerca che scelgono di cercare lavoro all’estero sono infatti pari al 10%, contro il 5% registrato tra i laureati magistrali del 2014. Una popolazione decisamente selezionata: si tratta infatti, in prevalenza, di uomini, di età inferiore alla media, che provengono da contesti familiari più favoriti e che hanno conseguito il titolo negli indirizzi delle aree di scienze di base e ingegneria. Il 74% dei dottori di ricerca, fin dal conseguimento del titolo, dichiara di ritenere di avere maggiori opportunità professionali all’estero, percentuale che sale all’81% tra i dottori dell’area delle scienze di base, al 78% tra gli ingegneri e al 76% tra i colleghi delle scienze della vita; sotto la media si posizionano i dottori degli indirizzi delle scienze umane (73%) e delle scienze economico, giuridico e sociali (58%).
Scarica il rapporto completo Almalaurea 2015 sulla condizione dei dottori di ricerca in Italia

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2 comments
  1. Più che l’ottimismo dell’articolo parlano chiaro i numeri citati.
    Stante la scarsità dei dottori di ricerca dovrebbero essere tutti assorbiti nelle pubbliche amministrazioni o nelle controllate di Stato ma invece… neanche il Tutor.

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