Arriva il primo sito che mette in rete tutte le denunce

uribu

 

L’innovazione under 21 conquista il futuro. 

“La professoressa scrive una nota senza censurare una bestemmia”. Oppure: “Un’impiegata bionda timbrava nel giro di pochi secondi 4-5 tessere. Qualche telecamera nascosta non farebbe male”.  Abusi di potere, fatture non emesse, tesi universitarie finite nei cassonetti. Sono tante le denunce pubblicate dagli utenti su Uribu, la piattaforma ideata da Andreino, un ragazzo di 18 anni, insieme ad Andrea, di 19 e Carlo, di 21. Una “baby” startup che ha funzionato da subito e che ha ricevuto svariati premi. Grazie ad essa, soprusi e disservizi quotidiani possono essere condivisi con tutto il mondo in pochi click. E alcune segnalazioni di malasanità sono finite al tg.

A presentarci Uribu, i fondatori.

Andreino: Uribu è una piattaforma di civic engagement. Abbiamo pensato a qualcosa che fosse sulla stessa linea di Seeclickfix, il sito statunitense, e abbiamo dato vita a Uribu. Ci sono voluti 3 mesi per passare dallo studio alla realizzazione. Mi hanno aiutato i miei inseparabili amici e membri del team. Abbiamo realizzato ogni parte del sito in modo autonomo e con soltanto i nostri sforzi. Attualmente, ci hanno premiato ben 5000 utenti. Certo, ci sono state delle difficoltà. La prima è stata affrontare i costi per i server.

 

I fondi per iniziare da dove sono arrivati?

Carlo: Non abbiamo chiesto aiuto, nel tentativo, sembra riuscito, di creare qualcosa di nostro, senza aiuti esterni, nemmeno quello dei parenti più stretti. Dopo aver fatto una ricerca di possibili investitori, abbiamo capito che il modo migliore per iniziare a costruire qualcosa era di investire personalmente le proprie risorse sia monetarie che di tempo. I costi iniziali sono quelli che affronta un qualsiasi gruppo in procinto di creare una piattaforma web da zero, ma in particolar modo ci sono quelli per i servizi web come l’hosting. La difficoltà principale credo sia stata quella di trovare il tempo per la scuola e per l’università, mentre lavoravamo giorno e notte per portare avanti il progetto.

 

Chi ci ha creduto insieme a voi? Dal report “Restart Italia” risulta che la “metà degli insegnanti ha più di 50 anni e meno del 2% è under 35. Si sono formati in un’epoca analogica”. I vostri professori vi hanno aiutato?

Andreino: I professori sono molto distanti dai giovani, purtroppo. Non tutti, sia chiaro, ma nel nostro caso è stato così.

Carlo: Chi ha creduto e continuerà (speriamo!) a credere nel nostro progetto, sono stati gli utenti. Le scuole e le università, purtroppo, hanno una visione troppo generale, anche se con noi si sono dimostrati disponibili quando avevamo bisogno di tempo da dedicare alla promozione del progetto e alle conferenze.

 

Cosa si potrebbe fare per migliorare il sistema scolastico e universitario? Il report propone la creazione di contamination lab, luoghi per l’innovazione nelle università, e voi?

Carlo: Sarebbe bello integrare i commenti degli studenti sulle lezioni in modo che siano direttamente visibili dai professori, in modo anonimo, si intende. Il sistema di feedback attuale è un loop che si chiude solamente a fine anno. Non ha senso mantenere dei sistemi risalenti a più di 40 anni fa, quando la tecnologia ne permette il miglioramento.

Andreino: L’istruzione è la vera forza. La cultura ci offre conoscenza, la conoscenza ci offre sapere ed il sapere ci fa scegliere in modo giusto. Bisogna investire nei giovani, guardarsi intorno nel mondo e iniziare seriamente ad investire sulle idee più brillanti.

Come sta andando Uribu? Cosa ci vorrebbe per farlo decollare?

Andreino: Molto bene, abbiamo delle sorprese per un futuro non tanto lontano. Ci vorrebbe il supporto del governo, naturalmente. Ci sarebbero ottime prospettive, se riuscissimo a convincere il governo che Uribu è utile per il paese. Esistono comunque fondi di vari acceleratori dedicati alle startup. Al Techcrunch Roma abbiamo parlato con vari potenziali partner ed investitori e al momento stiamo valutando tutte le possibilità.
Uribu: un modello da esportare all’estero?

Andreino: Abbiamo già parlato con dei ragazzi di una no profit negli Usa, che si occupa solo di questo (vive con le donazioni, per esempio, di Google e di altri big), e sono rimasti colpiti dalla nostra piattaforma. Chissà.

 

Il simbolo di Uribu è un gufetto…. scaramantico?

Andreino: Osservatore, direi.

Carlo: Il simbolo deriva dal nome stesso della piattaforma. Un suggerimento: ‘hibou’, in francese!

 

Voi che avete la lampadina di Archimede sempre accesa, avete trovato la ricetta per abbattere la crisi? Se da un lato la natalità delle startup è in crescita, dall’altro la mortalità è in aumento. Qual è il motivo?

Andreino: E’ che il fenomeno delle startup è ormai quasi una moda e molto spesso è “fuffa”. Le startup devono creare lavoro, se non creano lavoro è inutile definirle startup.

 

Ma, allora, che cos’è davvero una startup?

Carlo: E’ un insieme di persone che si ritrovano per portare avanti un progetto con lo scopo di creare qualcosa di nuovo ed innovativo ed infine per migliorare in qualche modo il mondo.

Secondo il report “Restart Italia”, le startup a vocazione sociale devono accettare dei modelli di business meno attraenti per i finanziatori”.

Andreino: Diciamo che una startup sociale può creare più posti di lavoro rispetto ad una applicazione per Android, insomma, il risparmio di un servizio come Uribu per una PA è enorme. Si dovrebbe investire se non ad occhi chiusi, quasi.

Siete spesso inviati ad eventi legati alla promozione delle startup in Italia. L’ultimo dei premi ottenuti è stato al Techcrunch. La startup che avreste voluto inventare voi e che ammirate di più?

Andreino: Una startup allo Smau di Milano, che ha realizzato dei micro sistemi in silicone per le persone disabili e purtroppo uno dei fondatori ci ha lasciato troppo presto. Sono le persone come loro che ci rendono orgogliosi e che dovrebbero essere al centro dell’attenzione. Invece, purtroppo, in Italia, chi organizza preferisce mettere in mostra sempre i soliti, quelli più appariscenti, ma non quelli più bravi.

Angela Zurzolo

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