I ricercatori italiani nel rapporto Flc CGIL: appassionati, super specializzati, ma destinati al precariato

ricercatori precari

Trentacinquenni, più donne che uomini, 1 su 2 costretto ad andare avanti solo grazie agli assegni i ricerca: sono i ricercatori italiani, fotografati da un’indagine promossa dalla Federazione Lavoratori della Conoscenza CGIL dall’emblematico titolo “Ricercarsi”. I risultati del rapporto (parziali, visto che lo studio completo verrà presentato solo ad ottobre), descrivono una categoria di lavoratori con grandi competenze e responsabilità ancora maggiori, ma che per buona parte non riesce a trovare un’occupazione stabile nelle Università e nel panorama della ricerca del nostro Paese.

Il lavoro di ricerca, promosso da Flc CGIL e realizzata cinque ricercatori (Francesca Coin, Orazio Giancola, Emanuele Toscano, Francesco Vitucci), si struttura in un’analisi quantitativa e qualitativa e utilizza i seguenti strumenti:

  • analisi di dati quantitativi sul numero dei precari dell’università forniti direttamente dal MIUR (i dati si riferiscono ai contratti destinati ai ricercatori nel periodo di tempo compreso tra il 2002 e il 2012);
  • analisi dei dati del questionario online www.ricercarsi.it che, al momento ha totalizzato 1861 risposte;
  • analisi di interviste (40 al momento attuale).

Ecco in sintesi alcuni dei dati più interessanti:

Per quel che riguarda i dati anagrafici regna l’equilibrio: c’è una leggera prevalenza di donne ricercatrici (il 57% dei rispondenti al questionario) rispetto ai colleghi uomini; le fasce di età in cui si distribuiscono i nostri ricercatori, poi sono altrettanto omogenei: il 18,9% ha meno di 30 anni il 18,9%, il 20,8% ha tra i 37 e i 40 anni e il 21,5% ha più di 40 anni.

Leggera prevalenza di ricercatroi precari nelle facoltà di stampo scientifico (29,7%), seguite da quelle umanistiche (25%), socio-economiche (24,1%) e sanitarie (21.2%).

Una curiosità, quella rappresentata dal numero di ricercatori che hanno un figlio, solo il 27%; un dato che, considerando l’età media del campione preso in considerazione (35 anni) e quella entro cui, in Italia si genera il primo filio (32) dimostra come il mondo della ricerca non venga percepito dai suoi protagonisti come un ambiente in cui sia possibile/auspicabile tirar su famiglia da giovani.

Ottime le competenze dei nostri ricercatori: il 73% degli intervistati ha portato a termine con successo il percorso di dottorato. Tuttavia, la mobilità dei nostri cervelli è scarsa:  solo il 6,2% ha varcato i confini nazionali per effettuare il dottorato, mentre il 29,2% ha frequentato il corso di dottorato in una Università diversa da quella della laurea.

L’estero rimane pur sempre una forte attrattiva per i nostri ricercatori: 6 studiosi su 10 hanno avuto esperienze di formazioni fuori dal nostro Paese, il 43% dichiara di aver lavorato, oltre che studiato, all’estro e il 18% ha avuto almeno un impiego in un Ateneo oltre confine.

Eppure, le Università italiane offrono contratti di lavoro e condizioni economiche pessime: attualmente circa il 50% dei ricercatori nelle università italiane ha un contratto a termine  –  dagli assegni di ricerca ai ricercatori a tempo determinato passando per i dottorandi.

Dal 2008, poi, c’è stata una vera e propria esplosione degli assegni di ricerca (che consentono agli Atenei di contenere i costi, ma offrono poca tutela ai ricercatori). Fu qyuello, infatti, la’nno in cui venne approvata la Legge 133, che ha contingentato le assunzioni a tempo indeterminato in alcuni settori pubblici, tra cui le Università.

Da allora, i contratti atipici sono quasi raddoppiati nelle università pubbliche e quasi quadruplicati in quelle private, anche se qui si usa di più il contratto a tempo determinato, forse perché è l’unico che consente di insegnare.

E quali sono le mansioni svolte dai nostri studiosi. A rispondere è direttamente uno dei coordinatori dell’indagine, Francesco Vitucci: “Un ricercatore dovrebbe fare solo ricerca,  invece è il jolly delle università: segue le tesi, anche quelle assegnate a altri, insegna. Addirittura a volte viene utilizzato per lavori extra accademici: dà una mano negli studi dei professori avvocati o medici”.

Una percentuale bassissima, il 3,1%degli intervistati, dichiara di dedicarsi esclusivamente alla ricerca. Peggio ancora, quasi un intervistato su 3 (il 28,6%) dichiara di aver lavorato spesso senza nemmeno essere retribuito, mentre solo il 20% degli intervistati asserisce di non aver mai svolto incarichi senza nemmeno l’ombra di una retribuzione.

La luce in fondo al tunnel, poi, è praticamente un miraggio: stando ai dati parziali forniti da Flc CGIL, solo il 6,7% dei ricercatori impegnati nelle nostre Università è stato assunto con un contratto a tempo indeterminato.

Un percorso difficile, che spesso miete “vittime”: il 16% del campione dichiara di aver abbandonato il percorso accademico, molti (il 45,4%) per andare a svolgere una professione analoga in ambito civile; tuttavia la percentuale di chi, dopo anni di specializzazione e ricerca ad alto livello, si ritrova disoccupato è davvero elevata: il 34% degli intervistati.

E chi lascia non lo fa sempre per mancanza del rinnovo del contratto: il 40%, infatti, risponde di aver rinunciato perché non gli veniva data la possibilità di crescere professionalmente o a causa dell’instabilità professionale.

Ma quanto incide la precarietà nella vita e nel lavoro di un ricercatore? Moltissimo: l’84,3% del campione ritiene che il proprio lavoro di ricerca sia influenzato negativamente dalla precarietà contrattuale. E le prospettive? Non sono rosee, almeno non in Italia:  oltre il 50% non riesce a immaginare il proprio futuro professionale tra 10 anni e il 60% dei dottorandi pensa che dovrà andare all’estero per continuare a lavorare nella ricerca.

Eppure, i ricercatori italiani amano il loro lavoro: nella tag cloud realizzata con le parole che con più frequenza durante le  interviste, i vocabili che risaltano maggiormente sono: “stimolante”, “impegnativo”, “appassionante” e sono il seconda battuta arrivano i vari “precario” e “frustrante”. “Questo dimostra che stiamo buttando nel secchio un patrimonio inestimabile – spiega ancora Vitucci, in un intervista rilasciata a La Repubblica – persone che abbiamo formato, che sono appassionate del loro lavoro, che potrebbero fare crescere la ricerca italiana, ma che non vedono prospettive”.

Di seguito le slide del rapporto “Ricercarsi” promosso da Flc CGIL

 

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