Giovani e spiritualità: Quo vadis baby?

Lasciate che i bambini vengano a me. Con quella frase, nel Vangelo di Marco, Gesù ammonì i propri discepoli,comandando loro di non interporsi tra Lui e i giovani. E oggi? Quale è il rapporto tra i giovani e la spiritualità?

Lasciate che i bambini vengano a me. Con quella frase, nel Vangelo di Marco, Gesù ammonì i propri discepoli,comandando loro di non interporsi tra Lui e i piccoli chiassosi che volevano andargli incontro,tentando di spiegargli la centrale importanza del rapporto che voleva avere con la parte più giovane della società. Oggi, quell’ammonimento è ancora stentoreo nella Parola di Dio. Ma quanto i “bambini” sono ancora interessati dall’andare verso di Lui? E, soprattutto, quanti di quei “bambini”, una volta adempiuti gli obblighi catechistici sociali e divenuti “giovani” adolescenti in cerca d’autore, rimangono tra le braccia della sua Chiesa? Il rapporto tra giovani e spiritualità è oggi, più che mai, complicato, disseminato di allusioni, ossimori e impedimenti quasi quanto una spinosa terra di confine in cortina di ferro. Abbiamo provato a farci due passi, su questo confine. Ed abbiamo scoperto una storia in fermento.

Giovani credenti – Prima vox populi che cade sciorinando articoli, saggi, argomentazioni, studi statistici sul tema: “I giovani di oggi non credono in niente”. C’è, infatti, una fiorente bibliografia che dimostra l’esatto contrario, raccontando uno stato di cose che l’eminentissimo sociologo Zygmunt Bauman definirebbe con tutta probabilità “religiosità liquida”. Uno studio presentato negli Stati Uniti all’inizio del 2010 dalla Pew Research, ad esempio, racconta un altissimo tasso di religiosità diffusa, intrinseca e presente nella fascia under30 degli intervistati: i tre quarti di essi (75%), ad esempio, afferma senza dubbio alcuno di credere nell’esistenza di un paradiso e di un inferno, con una percentuale addirittura più alta, anche se di poco, degli over 30 che hanno dato la stessa risposta (fermi al 72%). Addirittura l’80% dichiara di credere nei miracoli.
E non è finita: perché il 45% dei giovani intervistati ha confessato di pregare “almeno una volta al giorno”. Il 45%: quasi uno su due. Facciamo un salto al di qua dell’Atlantico, e arriviamo a casa nostra, in Italia, dove quattro anni or sono, l’oramai celeberrimo giocatore con i numeri, Renato Mannheimer, presentò nel 2006 un ponderoso studio sul tema ad un convegno nell’ambito del 2° Concorso Saint Vincent Giovani, organizzato dalla Fondazione Carlo Donat-Cattin. Ebbene, nelle conclusioni di quello studio si afferma che “la gran parte dei giovani italiani si dichiara, in qualche modo, credente”.
Credenti, ma in cosa? Crisi d’ansia: “Gesù, fammi prendere 7 a chimica, sennò è debito”. Malessere generale: “Dio mio, aiutami tu a passare la maturità”. Fiato cortissimo: “Signore, fammi superare ‘sto esame d’analisi 1”… Ebbene, chi può dire di non aver mai lanciato gli occhi al cielo in frangenti epici di questa portata, alzi la mano. Ecco che allora, leggendo i dati dello studio a stelle e strisce riportati sopra, nel quale si legge che quasi un ragazzo su due dice di “pregare tutti i giorni”, la domanda sorge abbastanza spontanea: pregare, ma per cosa? “La mattina c’erano diversi ragazzi che prima di andare a scuola passavano un attimo in chiesa…”. Così comincia una testimonianza sul campo, lanciata nella blogsfera da Andrea Garbin, redattore, tra gli altri, del blog “Pollicino – Pensieri e risorse per crescere nel mondo degli adulti”.
Quando dai numeri si arriva alla pelle, insomma, la prospettiva può cambiare, anche di molto. E può notevolmente spostarsi, quella prospettiva, anche andando a scartabellare “altri” numeri. Sempre nel medesimo studio a stelle e strisce della Pew Research, ad esempio, viene raccontata una montante disaffezione a tutte quelle istituzioni che di religiosità si occupano per mestiere: chiese, associazioni, comunità. Un giovane americano su 4 afferma infatti oggi di non appartenere ad alcuna denominazione confessionale.
Tanto per dare un termine di paragone: analoghi studi svolti sulla generazione nata tra il 1965 e il 1980 fissavano quella soglia al di sotto dell’uno su cinque, soglia che tra i baby boomers (nati tra il 1946 e il 1964), scendeva addirittura al 13%. Cifre diverse, risultati analoghi anche nello studio di Mannheimer nel quale si legge che quasi un ragazzo su due (il 43%) afferma: “la religione non è un elemento importante nella vita”. Ma allora, qualcosa non torna. I baby e meno baby di oggi profumano di spiritualità, e al tempo stesso si scagliano contro religione e denominazioni confessionali. Come mai? Eccoci, siamo arrivati nel punto nodale: il rapporto con la Chiesa.
Quale futuro per la fede? Il centro Veritas della Diocesi di Trieste ha organizzato per sabato 12 giugno scorso una giornata studio dal tema: “Giovani e spiritualità. Quale futuro per la fede?”. Nella presentazione della giornata si leggono tanti punti interrogativi: “E’ proprio vero che i giovani non abbiano valori condivisi? – ed anche – Che giudizio dobbiamo dare sul loro tanto richiamato individualismo? – e poi, dubbio dei dubbi – Rispetto ad esso la concezione prevalente nella cultura ecclesiale di oggi è adeguata?”.
Insomma: fermento clericale sul tema. Perché se ne stanno accorgendo: il termine “Chiesa” sta diventando un fardello per le giovani generazioni. Così come si legge in una discussione scaturita su facebook da alcune provocazioni del collega valdostano Fabrizio Favre, “finché il Vaticano farà muro riguardo alle questioni più spinose della contemporaneità – scrive Ludovico Caldara – e per muro intendo la mancanza “formale” di dialogo, i giovani non potranno che vedere in questa opposizione come una imposizione nei loro confronti. E le imposizioni, si sa, non piacciono a nessuno”.
È il tema, tra l’altro, dibattuto anche da Riccardo Chiaberge nel libro di successo “Lo Scisma”, fervente viaggio tra le voci più alte della Chiesa di oggi raccontata dall’autore come “altra”, anche se non contrapposta, rispetto a quella anti-relativista del Vaticano incarnata dal Papa. Chiaberge ha incontrato ogni ordine e grado di persona edotta sul tema: eremiti cistercensi, suore missionarie, preti di periferia, ricercatori, imprenditori in tonaca, e semplici fedeli “delusi – scrive l’autore – da un clero che si mostra inflessibile con i peccatori senza potere ma non altrettanto con i peccati dei potenti”.
In questo breve viaggio abbiamo incontrato un mondo nel mondo. Un mondo fatto di richieste spirituali e di dibattiti religiosi. Un mondo complicato, come tutto, nella nostra contemporaneità. Un mondo che potrebbe diventare, invece, semplice. Basterebbe leggere il Vangelo: “Lasciate che i bambini vengano a me”: e tutto il resto verrebbe di conseguenza.
Simone Ballocci

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