Classifica Università: “Italia fuori dalla top 100 perché troppo provinciale”

classifica università
Nunzio Quacquarelli, manager di Qs

Classifica Università: Italia fuori – L’intervista a Nunzio Quacquarelli, manager di Qs, l’agenzia che pubblica ogni anno un’autorevole classifica delle migliori Università al mondo. “seguire l’esempio di Singapore, ma anche degli Istituti francesi e tedeschi”

 

Le Università italiane arrancano nelle classifiche dei migliori Atenei al mondo. Il perché lo spiega direttamente Nunzio Quacquarelli, managing director di Qs, l’agenzia inglese che ogni anno pubblica un’autorevole graduatoria delle Università.

“L’Università italiana è difficile da vendere all’estero – spiega Quacquarelli in un intervista rilasciata al Corriere della sera – Un Paese che ha una grande tradizione accademica, oggi ha atenei tagliati su un mercato prevalentemente nazionale, anzi, addirittura locale”. Ma i problemi del sistema Italia non si fermano qui: anche i docenti sono spesso limitati da scelte locali; ci sono troppi Atenei sparsi sul territorio, spesso di piccoli dimensioni, quasi dei “superlicei” li definisce il manager di Qs; e poi critiche agli investimenti per la ricerca, alle strutture degli edifici accademici e alle politiche sull’Istruzione.

Questi i principali fattori che tengono lontane le Università italiane dalle migliori posizioni delle classifiche mondiali. Ecco allora i suggerimenti di Nunzio Quacquarelli, che indica in alcuni modelli esteri gli esempi da seguire: “La Nus – National University of Singapore – ha deciso 5 anni fa di cambiare radicalmente, pur essendo già tra le prime cento top universities. Ha offerto la posizione di Rettore a un accademico svedese di grande fama, Bertil Anderson, che ha assunto gli insegnanti migliori, reclutandoli in tutto il mondo, ha investito in centri di ricerca in settori nuovi, dalle energie pulite alla purificazione dell’acqua, ha allacciato partnership con aziende e Università in tutto il globo. Il tutto, ovviamente, con potenti investimenti governativi. In pochi anni è entrata nella top 20”

Ma il manager di Qs cita anche esempi più vicini a noi, come la Francia: “con Università di qualità che collaborano tra loro per la ricerca e fanno rete per progettare e impartire corsi. O la Germania, dove si punta sulle eccellenze. In Italia, al contrario, sembra che si cambino le cose solo per creare lavoro nel settore pubblico: operazione forse più semplice che creare settori di alta qualità. Ma è un errore enorme”.

Fare rete, investire, ricercare e alzare gli standard delle Università; consigli che ricordano da vicino l’esortazione del Ministro dell’Istruzione Maria Chiara Carrozza che, nell’approvazione del programma triennale delle Università, prospettava simili misure oltre alla costituzione di un sistema di valutazione interno all’Unione Europea.

Staremo a vedere ora chi, tra singole Università e dirigenti politici, saprà dare seguito ai suggerimenti per scalare i ranking mondiali degli Atenei.

 

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