Città, centri urbani di lavoro

Aperta. Mondiale. Allo sfascio. Scintillante. Commerciale. Degradata. Dinamica. Malata. È lei: la città. Dove si sono scritte le principali pagine della storia dell’uomo. E dove, adesso, c’è lavoro, reddito, e capitoli di spesa per gli stati. Perché è sempre più complessa, ramificata, bisognosa e dispensatrice di servizi, soldi, attenzioni. La città. La forma umana del terzo millennio.

Aperta. Mondiale. Allo sfascio. Scintillante. Commerciale. Degradata. Dinamica. Malata. È lei: la città. Dove si sono scritte le principali pagine della storia dell’uomo. E dove, adesso, c’è lavoro, reddito, e capitoli di spesa per gli stati. Perché è sempre più complessa, ramificata, bisognosa e dispensatrice di servizi, soldi, attenzioni. La città. La forma umana del terzo millennio.
Il sistema-città è in effetti un punto del non-ritorno. Prendiamo l’Italia. Il nostro paese conta 15 città metropolitane: sono Bari, Bologna, Firenze, Genova, Milano, Napoli, Torino, Reggio Calabria, Roma, Venezia, Cagliari, Catania, Messina, Palermo e Trieste. Ebbene, loro 15, da sole, contribuiscono alla formazione di oltre un quinto della ricchezza prodotta dal Paese intero, concentrando “soltanto” il 15% della popolazione.
La “città” quindi produce più PIL pro-capite. Cioè: il sistema città crea lavoro più produttivo. In pratica: in città si lavora meglio. Scavando tra i numeri, la realtà è ancora più evidente. Svincolandole dal gruppone, infatti, le due metropoli più metropoli d’Italia, Roma e Milano, producono da sole il 12.5% del Pil nazionale. “Le città moderne – si legge nel volume “Città d’Italia. Le aree urbane tra crescita, innovazione ed emergenze”, curato da Cittalia nel 2009 – non sono solo una concentrazione di risorse e persone: sono hub commerciali e culturali di informazioni ed industrie, i luoghi dove si concentrano le maggiori funzioni dell’economia globale”.
Un’ulteriore conferma viene dalla lettura dei dati relativi al contributo delle città metropolitane rispetto al Pil delle loro province (cioè, rispetto al loro territorio, o esagono di Christaller, vedi box): ebbene, Roma e Genova producono da sole l’80% del Pil della loro provincia. Milano, Torino, Palermo, Cagliari e Bologna il 55%. Venezia, Napoli e Firenze sfiorano il 50%. Insomma: le città sono teste economiche abnormi appoggiate su territori che usufruiscono dei loro servizi. L’abbiamo detto: è un punto del non ritorno.
Il lavoro rende cittadini – Girovagando tra le mille e una offerte di lavoro presenti on-line quando c’è di mezzo una città come luogo di occupazione ci si imbatte in sempre più offerte peculiari, quasi sempre nel settore dei servizi. “Cercasi 4 addetti customer service, Milano Città”, “Cercasi giovani venditori per stand on tour, luogo: principali città del nord-Italia”, “Cercasi junior sales professional, Roma Città”, solo per fare qualche esempio. A cui vanno aggiunte tutte quelle mansioni amministrative proprie del centro decisionale. I 3/5 dei posti messi a concorso dalla pubblica amministrazione italiana nel 2009, per esempio, erano concentrati nelle città capoluogo di provincia. Non solo Stato, però: anche società di servizi, aziende editoriali, associazioni, partiti hanno negli anelli concentrici dei centri urbani la propria sede, e i propri addetti. Per non parlare del commercio.
La forma tutta anglosassone dell’acquisto-passatempo sta attecchendo anche nelle nostre periferie, dove spuntano quotidianamente abnormi centri commerciali polifunzionali nei quali alla solita conurbazione scintillante di mega-negozi si assommano ristoranti, cinema multi-sala, fast food e librerie, con il chiaro intento di fare del consumo un’attitudine spensierata. Come è ovvio, questa tendenza socio-economica produce masse di posti di lavoro di terziario e post-terziario: un negozio di elettronica di consumo di 1500/1600 metri quadri (quindi, neanche tanto grande) occupa ad esempio dai 20 ai 25 addetti vendita, 1 o 2 amministratori, 1 magazziniere, 1 o 2 addetti alle pulizie. Numeri che, per farli con i simpatici negozietti tradizionali, occorre una via intera di un normale centro storico cittadino, anche piuttosto lunga.
Il mal-Comune – Non è tutto oro quello che luccica. La città, infatti, produce stress. È il “mal-Comune”, come lo chiama Legambiente nel suo ultimo rapporto sul tema nel quale si legge, ad esempio, che “vivere in una grande città significa dormire trenta minuti a notte in meno a causa dei rumori del traffico”. Non solo: la vita cittadina produce ciccia. L’obesità urbana (calcolata tra il 10 e il 15% in più di quella di provincia) è oramai anche da noi il male del secolo. Fast food o pranzi male acconciati nel bar all’angolo, sedentarietà da lavoro in ufficio e uso prevalente dell’automobile: questi i fattori di rischio del cittadino del terzo millennio.
Per non parlare della “terza e più grave di queste piaghe” (per dirla con l’avvocato di Johnny Stecchino): il traffico. “La coda in auto è causa di episodi di microconflittualità per 6 italiani su 10” si legge sempre nel rapporto di Legambiente. Sono nervosi, i cittadini. Poveri, come dargli torto? A Roma, il tempo passato al volante è di 74 minuti al giorno, a Napoli e Torino 63 e 62 minuti, a Milano un’ora esatta. Il tutto, con velocità medie da tartarughina spersa: la città più “fluida” è Torino, dove si toccano (addirittura!) i 26 km/h di media . Poveri cittadini…

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