Il cervello (da adulto) continua a contare con le dita. La scoperta di un'italiana negli States

Contare con le dita? E’ una risorsa, mica una mancanza. La scoperta arriva dagli Stati Uniti, grazie alla pubblicazione dello studio di due ricercatori della Northwestern University. Insomma, il nostro cervello fa i conti immaginando le dita di una mano: un caso che smentisce il falso ideologico, la convinzione quindi che la mente, una volta adulta, smetta di contare con le dita. E invece è proprio così: nel senso che quando si eseguono calcoli, anche più semplici, nel nostro cervello si materializza quella che è una vera e propria rappresentazione della mano.
Tra i protagonisti dello studio, c’è anche Ilaria Berteletti, dottoranda in Scienze Cognitive a Padova, che si è trasferita negli States per continuare a fare ricerca. “Utilizzando la risonanza magnetica abbiamo registrato l’attivazione cerebrale di bambini fra gli 8 e i 13 anni mentre eseguivano sottrazioni e moltiplicazioni semplici – spiega al Corriere – . Al termine dell’esperimento abbiamo trovato una relazione tra i risultati dei bambini nelle sottrazioni – ma non nelle moltiplicazioni – e la quantità di attivazioni nella corteccia somatosensoriale, che è quell’area che appunto permette di identificare la provenienza di una sensazione tattile».
La teoria è che se le dita sono importanti per imparare a contare, più un bambino è bravo a distinguere, meno avrà difficoltà a fare i suoi calcoli. E la mente si è dimostrata molto più elastica di quello che ci si aspettava. Il nostro cervello, insomma, interiorizza le strategie usate nell’apprendimento e si fa plasmare da esse. Perciò di fronte a una sottrazione continuiamo a «vedere» le nostre dita, mentre di fronte a una moltiplicazione no.
Il padre di questa teoria è Brian Butterworth, professore di neuropsicologia cognitiva a Londra e autore di un saggio tradotto in tutto il mondo intitolato «Intelligenza matematica. Come vincere la paura dei numeri». E’ stato lui il primo a ipotizzare che senza una buona rappresentazione delle proprie dita «i numeri non possono avere una rappresentazione normale nel cervello» (nel “lontano” 1999).

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