1948-2008: Stand up per i diritti umani

pannelli-001.jpg10 dicembre 1948. Piove su Parigi, nel giorno della firma della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo. 10 dicembre 2008. Piove su Roma, nel giorno del suo sessantesimo anniversario. Una casualità. Forse. O forse quasi la metafora di un documento che resiste alle intemperie del Tempo. Nonostante tutto. Quello che secondo Cassese avrebbe dovuto essere un “decalogo per cinque miliardi di individui” che riuscisse ad inglobare un nucleo di diritti e valori fondanti e universalmente validi, stupisce ancora per il suo essere attuale. E spaventa per il suo rimanere troppo spesso disattesa.
Nessun muro, nessuna cortina – per quanto di ferro- dovrebbe poter mettere oggi in discussione l’imprescindibilità e l’inalienabilità dei diritti umani. Nessuna casta, nessuna religione dovrebbe permetterlo. Eppure, tutto questo è realtà. Una scomoda realtà che non lascia immune neanche la “civilissima” Europa, culla di civiltà e contraddizioni. E’ quanto emerso dallo “Stand up for human rights”, organizzato dall’università Roma Tre in collaborazione con la Commissione europea e l’Organizzazione delle Nazioni Unite. Un quadro realista – e poco possibilista – sullo stato di applicazione dei diritti dell’uomo nel mondo e sull’avanzamento effettivo degli Obiettivi del Millennio che porta a condividere la posizione del rettore Guido Fabiani secondo cui la Dichiarazione deve considerarsi un “punto d’arrivo non definitivo” per la “diversa sensibilità con cui ancora oggi viene trattata la questione dei diritti umani nel mondo”.
Non sempre rispettati. Non sempre garantiti. Come quello a un tenore di vita sufficiente a garantire la salute e il benessere proprio e della famiglia (art. 25.1), a giudicare dagli ultimi dati FAO che contano quasi un miliardo di individui senza cibo, quaranta milioni in più rispetto al 2007. Non si tratta però solo di stenti materiali. È la cultura, intesa come possibilità di sviluppo e miglioramento, ad essere seriamente in pericolo. Favorire l’istruzione diventa per Rita Levi Montalcini un “obiettivo sociale più che scientifico”, volto a creare un diritto condiviso che rimane tuttora, soprattutto per le popolazioni africane, appannaggio della popolazione maschile d’élite.
“L’Unione Europea per esempio- è il commento di Pier Virgilio Dastoli, direttore rappresentanza italiana Commissione europea – è un valore aggiunto nella difesa della teoria e pratica dei diritti umani”. Non dunque un organismo lontano dalle comunità, ma schierato in prima linea nella battaglia per il diritto alla pace “vinta in Europa, non ancora dominata nel resto del mondo”. Ma una visione esclusivamente improntata sui diritti condurrebbe ad una distorsione della stessa. Per Marta Guglielmetti, coordinatrice italiana della Campagna del Millennio ONU, a questi vanno imprescindibilmente legati “doveri e responsabilità dell’uomo”, in un’epoca di terrorismo e disastri ecologici globali. Salvare (non solo il salvabile) si può. Compito dei “giovani”, cui Luigi Moccia, Presidente del Centro Altiero Spinelli, conferisce un significato idiosincratico. “ Giovane può chiamarsi Rita Levi Montalcini” e la sua esperienza di vita fatta di “passione, slancio e impegno personali”. Che riescono a non lasciar cadere simili ricorrenze nella più assoluta autoreferenzialità. Sterile. E tuttavia possibile.
Valentina De Matteo

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