Roma Tre, analisi della Facebookmania

facebook.jpgIn principio fu la chat line. Un paradiso rassicurante in cui chiunque avrebbe potuto essere tutto e il contrario di tutto. Poi Second Life. Il cosmo parallelo a tre dimensioni destinato a cambiare il mondo attraverso gli avatar, strani abitanti del mondo che non c’è. Una rivoluzione, appunto. Fatta da ventiduemila iscritti in Italia. Nulla se confrontati con gli 8.400.000 di Facebook. Trend. Moda. Ossessione. Di qualunque cosa si tratti, il faccialibro è oggi più che mai un fenomeno di massa. Ed è proprio il “fenomeno Facebook” a essere stato esplorato in tutte le sue implicazioni nell’aula magna del rettorato di Roma Tre lo scorso 25 marzo. Un simposio pensato, organizzato e condiviso interamente in rete. In pieno stile social network.

“Sempre meno passivi e sempre più prosumer”: questa la premessa di Enrico Menduni, docente di Roma Tre, volta a profilare le caratteristiche del nuovo utente della rete, non più timido visitatore di un portale ma parte attiva nella creazione e nello scambio di contenuti. Il fatto nuovo della diffusione dei social networks è per Menduni l’avvento della società della disintermediazione. “Chiunque può essere media” in piattaforme composite che abbinano amicizie, file sharing e bacheche a una diffusa – e per certi versi preoccupante – “bulimia del fare e dell’esserci”. Una “mistica dell’irrilevante” che fa della confusione tra pubblico e privato il suo elemento di forza. E che renderebbe possibile quella grande “trasformazione cognitiva antropologica” sostenuta da Sebastiano Bagnara (università di Sassari) in una popolazione libera dal bisogno e alla continua ricerca di soddisfazione dei propri desideri. “Le persone non sono più le stesse di cinque anni fa” e ciò è dovuto alla mutevolezza del mondo contemporaneo in cui “i desideri sono erratici, personali, soggettivi”, innescando una rincorsa alla felicità che produrrebbe una naturale e cronica instabilità.

La transizione tra persona industriale e persona digitale si è già completata con fin troppo successo provocando una sorta di sviluppo spasmodico di legami “molto deboli ma immediatamente molto intensi” volti a destrutturare l’identità fatta per accumulo, legittimando la creazione della stessa con “singoli episodi spendibili a seconda del contesto di riferimento”. Il pericolo, tutt’altro che remoto, è quello di una “sovraesposizione della sfera personale” il cui unico rimedio sarebbe per il membro dell’autorità garante privacy Mauro Paissan l’installazione del ”solo antivirus davvero efficace, una maggiore attenzione e consapevolezza dei singoli nell’uso della rete”. Anche perché sparire da Facebook non è facile come iscriversi e “pentirsi” del proprio profilo non così raro. Secondo un’indagine inglese, infatti, il 71% dei giovani tra i 14 e 21 anni considererebbe quest’ultimo un serio pregiudizio nell’eventuale selezione per un impiego.

“È evidente – commenta Paolo Gentiloni, ex ministro delle Comunicazioni – come oggi i social networks non possano essere dissociati dal mondo dei media in cui viviamo”, essendo “inconcepibile mettere una gabbia a tutto questo”. A meno che non siano gli stessi iscritti a volerlo. “Negli ultimi 15 giorni- registra Luca Colombo, Microsoft – c’è stato un decremento di ventimila profili su Facebook”, dato singolare per il nostro Paese che figura al sesto posto per utenza. Non tra questi certamente il deputato Pd Giovanna Melandri, iscritta soltanto poche settimane fa e dunque “in piena fase di innamoramento” per uno strumento che “si inserisce appieno nell’era di Amici e X Files” (in realtà si riferiva a X Factor, ma nell’era dell’updating sfrenato gli aggiornamenti non sono sempre così veloci…).

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