Il sessismo del lessico italiano

 

Cecilia Robustelli, linguista presso l’Università degli Studi di Modena e studiosa di discriminazione linguistica di genere, “denuncia” attraverso studi e pubblicazioni il principio secondo cui l’uomo è il parametro attorno al quale ruota l’universo linguistico.

Innumerevoli gli esempi tratti dal linguaggio quotidiano, a partire dal campo delle professioni e ruoli istituzionali: «l’architetto» Gae Aulenti, «il ministro» Elsa Fornero o «il segretario della Cgil» Susanna Camusso.

La regola grammaticale prevedrebbe l’uso delle forme al femminile di «architetta», «ministra», «segretaria». Il mancato utilizzo, quindi, di ciò che la morfologia stessa  prescrive è indice che ciò ha una spiegazione non grammaticale ma socioculturale.

La prova sta nel fatto che se l’uso corrente della parola tiene alla larga termini quali, oltre i già citati, «ingegnera», «soldata», «ambasciatrice», «avvocata», «assessora» o «amministratrice», non si ha la stessa difficoltà a pronunciare «portiera», «sarta» o «infermiera». Tutto ciò nonostante la continua apertura della lingua italiana ai termini inglesi, al lessico informatico e al gergo televisivo.

Ne consegue un risultato spesso ai limiti della coerenza grammaticale in termini specialmente di concordanze: «la ministro Fornero ha annunciato», «il segretario generale Camusso è andato.» o «l’architetto Gae Aulenti è deceduta».

Se pare inevitabile l’impiego del maschile al plurale («Sofia e Antonio sono andati») non pare il caso invece di ridicolizzare con gli eccessi opposti di «dottora» o «professora» al posto delle formule già consolidate di «dottoressa» e «professoressa».

Piuttosto, sarebbe forse il caso di rafforzare l’abitudine delle strutture doppie come «lavoratrice e lavoratori sono disposti…», di «consiglieri e consigliere deliberano…» e non solo di «cari elettori e cari elettrici» pronunciate fino alla nausea in circostanze di convenienza politica

Giovanni Torchia

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