Alvise De Vidi: un incontro straordinario

Sveglia alle 6, treno per Bologna e macchina per Olmi, paese in provincia di Treviso dove abita, con sua mamma, una delle persone più belle che abbia mai incontrato. Un viaggio piacevole al solo pensiero di rivedermi con un atleta che da 28 anni sale sul podio del più importante evento sportivo al mondo, una leggenda dello sport italiano, un amico: Alvise De Vidi. Per chi non lo conoscesse, Alvise era un atleta appassionato di ciclismo che, a causa di un tuffo sbagliato durante una vacanza con i suoi amici, è divenuto tetraplegico. Ma la sua ricchezza d’animo non è venuta meno con l’infortunio, né la gioia di vivere è mancata nonostante la costrizione fisica su una sedie a rotelle per una fatalità tanto dura quanto improvvisa; al contrario, l’enorme sofferenza per il tragico evento è stata motivo per lui di rilancio, quasi di trasfigurazione, un momento di riflessione che porta alle radici di sé e da cui si esce molto più forti di prima, perché si valorizzano i fondamenti della natura umana, ovvero le relazioni vere, e si comprende che solo con l’affetto di chi veramente ci vuole bene e la condivisione si può vivere sereni e affrontare tutte le difficoltà, anche le più dure.
Dopo il mio arrivo, il pranzo trascorso nel ristorante del fratello, che si trova al piano terra dello stesso edificio in cui Alvise abita con la madre, è stato ricco di sapori della migliore cucina trevigiana e soprattutto di profonde conversazioni, in particolare sull’esperienza delle Paralimpiadi: medaglia di bronzo a Rio 2016 nei 400 metri, e medaglia d’oro in numerose edizioni (2004 ad Atene nella maratona, 2000 a Sydney negli 800 e 1500 metri e nella maratona, 1996 ad Atlanta nei 400 e 800 metri, 1988 a Seoul nei 25 metri farfalla di nuoto), Alvise racconta che una delle sue più grandi gioie sono le numerose manifestazioni di affetto che gli arrivano da ogni angolo dell’Italia e del globo; al suo ritorno da Rio de Janeiro lo ha atteso una stracolma casella di posta elettronica, e non meno di 4 giorni interi ci sono voluti per rispondere a tutti. Nessuna mail rimane non letta, nessuna frase rimane inascoltata, ogni singola parola ha valore perché ogni persona che la scrive è importante: un grande dono, quello del saper ascoltare, soprattutto in un mondo in cui, a causa dell’eccessiva fretta, non si ha più tempo per l’ascolto, e le persone diventano sempre più sorde, incapaci di prestare attenzione al prossimo e quindi di comunicare, di conseguenza sole. Alvise, invece, considera un tesoro inestimabile ogni singolo messaggio di augurio o di semplice condivisione, perchè è il miglior modo per sentirsi amato, ed è necessario esserlo così come è fondamentale essere felici e sereni, per poter poi nella quotidianità ricambiare con altrettanto affetto le persone che ci sono intorno.
All’uscita del ristorante campeggia sopra la porta un grande cuore di marmo con scritto “Alvise sei leggenda”, una vera e propria conferma delle conversazioni avute durante il pranzo. Una breve sosta a casa De Vidi per conoscere la madre, e subito ci dirigiamo alla scoperta di Treviso, poco distante da Olmi: ponte Dante, piazza dei Signori, una cittadina incantevole ricoperta da verde e tranquilli viali, dove la più grande sorpresa è vedere come gli abitanti del luogo, non appena scorgono da lontano Alvise, si fermano a salutarlo, si informano e si aggiornano reciprocamente sulla propria vita, come in una sorta di circolo virtuoso in cui più doni benevolenza e più ti viene donata, e così facendo rimane impossibile sentirsi da soli o accartocciarsi sui propri problemi, anche se non facili da affrontare. Durante il prezioso tempo trascorso a passeggiare, le conversazioni portano a parlare del mondo paralimpico, e la mia esperienza da assistente della delegazione italiana alle Olimpiadi e Paralimpiadi di Rio 2016 si confronta con la sua partecipazione da atleta ai Giochi: entrambi concordiamo nel definire il mondo paralimpico meraviglioso come ma la massima espressione dei suoi valori quali l’impegno gratuito e solidale, la dedizione, il sacrificio, il superamento dei propri limiti fisici attraverso un atteggiamento mentale teso al coraggio, a non arrendersi mai neanche di fronte alle peggiori prove della vita.
Il tempo vola, e subito giunge il momento di recarsi al Palaverde di Treviso, vicino al quale Alvise spesso si allena, per assistere al match di basket Treviso-Fortitudo Bologna. Anche nel breve tragitto tra la città e il palazzetto non mancano i discorsi su argomenti che, alla fine, sono i fondamenti della nostra esistenza: Alvise rifiuta fortemente l’esibizionismo, che non manca mai in tutti gli ambiti sociali, talvolta anche nello stesso mondo Paralimpico, per dare invece spazio a un migliore nascondimento, che non significa fuga dal mondo bensì cercare la propria gratificazione nel quotidiano, lontano dai riflettori e dalle masse anonime, ma vicino alle persone singole, ai rapporti concreti di amicizia, alla condivisione vera. Ospite d’onore dell’incontro, gli viene regalata da mio fratello Luca, giocatore della squadra bolognese, una sua maglietta della Fortitudo.
Al termine dell’incontro, giunge il momento dei saluti: un distacco non privo di emozione per la ricchezza, la profondità della giornata, in cui ogni momento non è stato lasciato al caso ma è stato avvalorato di preziosi spunti di riflessione, densi di significato e di amicizia.
Tutto ciò porta a riflettere profondamente su quanto i rapporti tra le persone siano cambiati nel tempo, soprattutto su quanto ormai il mondo virtuale abbia soppiantato il mondo reale: le persone non si incontrano più, né si parlano, ma preferiscono scambiarsi messaggi e pubblicare foto e stati su social network; le relazioni vissute in questo modo tuttavia sono fittizie, mere illusioni che non fanno altro che generare solitudine e tristezza, che vengono poi a loro volta trasmesse alle persone che gravitano intorno. Alvise, invece, con la sua testimonianza di vita in prima persona, è l’emblema dell’esatto opposto: nella sua condizione fisicamente limitata non solo è riuscito a rialzarsi il morale e a intraprendere un nuovo percorso di vita, ma, in modo tanto semplice quanto rivoluzionario, si è rimboccato le maniche portando le sue passioni oltre l’incidente, e vivendo relazioni vere e concrete, fatte di persone che si conoscono e si contattano per incontrarsi di nuovo ed instaurare rapporti duraturi nel tempo, perché la storia, il sorriso, le passioni di ciascuno di noi sono la più grande ricchezza del pianeta, e ascoltare quella altrui come condividere la propria non è un modo per perdere tempo, ma è un investimento per la vita, perché ci rende persone aperte di mente, capaci di comprendere la complessità della vita e di saperla apprezzare.
Una giornata indimenticabile per una testimonianza che rimarrà scolpita nel tempo, una medaglia d’oro alla vita: grazie Alvise.
Paolo Massimo Campogrande

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