Il Prof. Fattorusso, l’università forma i propri studenti ma è il mondo del lavoro dove si applicano le competenze acquisite

Corriereuniv.it in occasione del lancio delle guide digitali di orientamento, studiate per gli studenti in tempo di Covid ha intervistato il prof. Roberto Fattorusso, docente ordinario di Chimica nel Corso di Biotecnologie e referente orientamento in entrata, Università degli studi della Campania Luigi Vanvitelli.

Secondo lei quali sono le conoscenze e le capacità di entrata necessarie per lo studio di Biotecnologie?

Conoscere bene la matematica di base che corrisponde al terzo, quanto anno, delle superiori, ma soprattutto è fondamentale la capacità di ragionare. Per le materie di indirizzo, come biologia e chimica, genetica, i programmi universitari, iniziano da zero. Non ci sono altre preclusioni di entrata. 

A prescindere dalle diverse declinazioni, che si intende per lo studio delle Biotecnologie?

In estrema sintesi, indica l’uso dei sistemi viventi o parti viventi per produrre nuovi servizi. Il settore è estremamente ampio in campo industriale e in qualsiasi settore. Usare pezzi di dna o proteine per un processo produttivo, avviene in molti processi con un valore aggiunto alto. In Italia, il settore più ricco è il comparto farmaceutico. La componente biotecnologica nella realizzazione è fondamentale. Rispetto a biologia, per esempio, dove i corsi sono più focalizzati sui sistemi biologici, nel loro complesso, le biotecnologie, sono più focalizzate sulle applicazioni produttive. Considerata l’essenzialità dell’aspetto molecolare della vita, la chimica è tra le materie fondamentali del corso. La vita è una successione di reazione chimiche.

Ci può spiegare in breve il suo percorso formativo-professionale?

Ho sempre avuto una propensione per la chimica e mi interessava molto il suo aspetto di scienza applicata. La passione per la didattica si è sviluppata nel tempo. Inoltre, al contrario di quanto generalmente si presuppone, la didattica si sposa bene con la ricerca. Nella mia formazione post universitaria ho avuto la fortuna di lavorare anche con un futuro premio Nobel. Nel 1992 a Caserta si fondò un nuovo ateneo e nel 2000 decidemmo di puntare sulle biotecnologie, aprendo un corso specifico. Personalmente, mi occupo della struttura delle proteine. Mi dà molta soddisfazione insegnare a chi non sarà chimico di professione.

Quale è il rapporto tra studio e mondo del lavoro?

Dall’università si esce con delle competenze generali in un campo. Noi non formiamo in maniera definitiva; è il mondo del lavoro che deve orientare uno studente all’applicazione delle competenze.  Come docente ho il compito di insegnare ad essere in grado di muoversi in un ambito specifico, anche rispetto ai futuri sviluppi conoscitivi ed applicativi, vale a dire le nuove professioni.

Un augurio alle giovani matricole?

Auguro che si studi fino a 23 – 24 anni vista la lunghezza della vista, e poi si lavori fino a 70, sempre con un atteggiamento curioso verso la vita. Possono fare quello che vogliono, l’importante è che amino lo studio, ma non solo a livello accademico. Auguro di avere una visione ampia della conoscenza, su campi completamente diversi. Se fanno così avranno una bella vita.

Amanda Coccetti

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