Sbarcato a Lampedusa nel 2011 senza documenti, oggi si è laureato a Torino con una tesi sui diritti umani in Darfur, area dalla quale proviene e dove è stato incarcerato e privato della nazionalità, dopo l’uccisione del padre e di sei fratelli. I suoi primi giorni nel capoluogo piemontese li ha passati dormendo nella stazione di Porta Nuova. Oggi vive al Collegio universitario e punta al dottorato. Ha lo status di profugo e un figlio, che ha chiamato Nelson Mandela.
Il protagonista di questa storia è Ahmed Musa, 32 anni, nato a Entkena in Sudan. Una seconda laurea per il giovane sudanese che aveva già conseguito il titolo in economia nel 2007 proprio nel suo paese. Sfuggito al carcere perché, considerato morto, è stato abbandonato in un campo dove lo hanno trovato e soccorso dei contadini. Da allora all’arrivo in Italia passano cinque anni, tre dei quali trascorsi in Libia.
“In Sudan prima della guerra io vedevo il mio futuro. Poi tutto è cambiato. Ora sono riuscito a ricostruire una mia visione di ciò che farò, non è così scontato purtroppo”. Nella tesi, incentrata su uno dei più aspri conflitti nel mondo, sono raccolte molte interviste a giovani sudanesi che hanno raccontato la propria esperienza da ogni parte del mondo dove ora risiedono. “Con lo studio – dice Musa – puoi cambiare la vita tua e quella degli altri. Ecco perché ho voluto laurearmi. E’ stato difficile ma in Italia mi trovo benissimo, mi sento parte attivo della società e ora sono una persona normale”. Ed ora andrà all’estero? “Dipende cosa si intende con partire per l’estero. Se si intende lasciare l’Italia no, io non sono italiano ma parlo e vivo come i miei colleghi e questo mi piace. Ad esempio il mese scorso sono andato qualche tempo in Norvegia e li porto sempre caffè e pasta che li non si trovano!”.
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